Ucraina. La pace negata e il ritorno delle grandi potenze

di Giuseppe Gagliano –

La presa di posizione del Cremlino dopo la telefonata del 28 dicembre tra Vladimir Putin e Donald Trump segna un passaggio politico che va oltre la cronaca diplomatica. Russia e Stati Uniti, pur da posizioni formalmente contrapposte, convergono su un punto essenziale: il cessate il fuoco temporaneo proposto da Kiev e sostenuto da alcune capitali europee non è considerato un passo verso la pace, ma un meccanismo di congelamento del conflitto destinato a prolungarlo. Nella lettura condivisa da Mosca e Washington, una tregua limitata nel tempo servirebbe soprattutto a riorganizzare le forze ucraine e a ridefinire l’assistenza militare occidentale, rinviando lo scontro decisivo.
Il cuore della questione resta il Donbass. Per il Cremlino non è una pedina negoziale, ma l’obiettivo politico e simbolico della guerra. L’ipotesi, trapelata attraverso ambienti economici russi, di possibili scambi territoriali limitati al di fuori di quest’area non modifica la linea di fondo: Mosca pretende l’intero Donbass come base di qualunque accordo. È una richiesta che riflette non solo una valutazione militare, ma anche un’esigenza di legittimazione interna. Dopo anni di conflitto e sanzioni, il potere russo non può permettersi una pace che appaia come una rinuncia sull’obiettivo dichiarato.
La convergenza statunitense su questo punto è il dato politicamente più rilevante. Trump, secondo la versione russa, avrebbe ascoltato con attenzione le valutazioni del Cremlino e condiviso l’idea che una tregua temporanea sarebbe controproducente. L’interesse americano sembra spostarsi su un piano più ampio: porre fine alla guerra per aprire spazi di cooperazione economica e strategica. In questa logica, l’Ucraina non è più solo un fronte militare, ma una variabile di un riassetto più generale dei rapporti tra Stati Uniti e Russia, con l’Europa relegata a un ruolo secondario.
In questo quadro si inserisce la questione della centrale nucleare di Zaporizhia, la più grande d’Europa. L’ipotesi di una gestione congiunta russo-americana non è un dettaglio tecnico, ma un segnale geopolitico. L’energia diventa strumento di potere e leva negoziale, capace di ridefinire rapporti di forza e dipendenze. L’idea di utilizzare l’impianto sia per rifornire l’Ucraina sia per attività industriali ad alto consumo energetico indica come la dimensione economica sia ormai inseparabile da quella militare.
Per Volodymyr Zelensky lo spazio politico si restringe. I colloqui con Washington hanno prodotto un piano articolato, ma i nodi decisivi restano irrisolti: Donbass e Zaporizhia. Accettare le condizioni russe significherebbe una svolta traumatica sul piano interno e istituzionale; rifiutarle, però, rischia di isolare Kiev proprio mentre l’appoggio americano appare più condizionato e meno allineato alle posizioni europee.
Le dichiarazioni del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov fotografano una frattura ormai evidente. Per Mosca, l’Unione Europea è l’ostacolo principale alla pace perché continua a ragionare in termini di pressione militare e di tenuta del fronte ucraino. Al di là della retorica, il dato politico è che il dialogo reale avviene tra Washington e Mosca. L’Europa rischia di restare spettatrice, vincolata a una linea di principio che non si traduce in capacità negoziale.
Il rifiuto del cessate il fuoco temporaneo rivela una verità scomoda: questa guerra non si chiuderà con pause tattiche o soluzioni intermedie, ma con una ridefinizione degli equilibri territoriali e di sicurezza in Europa orientale. Russia e Stati Uniti, pur da prospettive diverse, sembrano averlo compreso. L’Europa no, o almeno non ancora. E proprio qui si gioca la partita più ampia: non solo il futuro dell’Ucraina, ma il ruolo stesso dell’Occidente nella gestione dei conflitti sul continente europeo.