di Giuseppe Gagliano –
Il punto politico non è che il Cremlino “concordi” con Donald Trump. Il punto è che la Russia trova finalmente, nel lessico della Casa Bianca, una formula che ribalta il tavolo morale della guerra: non più Mosca come aggressore che deve essere fermato, ma Kiev come parte che “rallenta” la chiusura del conflitto. È una svolta di cornice, non di dettaglio. E le cornici, in diplomazia, valgono quanto i carri armati: perché stabiliscono chi deve concedere e chi può pretendere.
Trump, parlando con un’agenzia di stampa, sostiene che Putin sarebbe pronto a un accordo e che l’Ucraina lo sarebbe meno, arrivando a sintetizzare la risposta con un nome solo: Zelensky. Mosca coglie l’occasione al volo. Dmitry Peskov si allinea e aggiunge il messaggio per gli intermediari: la posizione russa è “nota” agli americani e anche alla leadership di Kiev. Traduzione: non c’è mistero, c’è solo resistenza.
L’annuncio di un possibile incontro al Cremlino con l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e con Jared Kushner serve a due cose. La prima è sostanziale: mantenere un canale politico ad alto livello, che bypassi molte incrostazioni tecniche. La seconda è simbolica: portare la trattativa dentro il perimetro personale del presidente americano, quindi dentro una logica di rapporto diretto, dove la pressione si esercita più con la leva politica che con i comunicati.
Il tempo diventa un’arma. Se la trattativa si muove, chi appare “lento” perde capitale. E oggi la Russia, grazie a questo nuovo racconto, tenta di scaricare la lentezza su Kiev.
Zelensky risponde con una contro-narrazione speculare: l’Ucraina non è mai stata ostacolo alla pace, e la prova è nella continuità degli attacchi russi contro infrastrutture energetiche e obiettivi civili. È un argomento semplice e, dal punto di vista comunicativo, efficace: non si chiede la pace bombardando.
Ma qui si innesta la frizione più pericolosa tra diplomazia e guerra. Per Mosca, colpire energia e logistica è parte della strategia per piegare la capacità ucraina di resistere e negoziare da una posizione meno forte. Per Kiev, quegli attacchi sono la dimostrazione che ogni “pace” proposta è solo una pausa operativa, utile a consolidare le conquiste.
La Russia controlla circa un quinto dell’Ucraina, includendo la Crimea annessa nel 2014. Le richieste russe restano coerenti con un obiettivo minimo: trasformare i fatti compiuti in diritto riconosciuto o, almeno, in un congelamento stabile. In questo contesto, la richiesta che Kiev ritiri le truppe anche dalle aree della regione di Donetsk non controllate ma rivendicate da Mosca è più di una clausola: è una prova di subordinazione.
L’Ucraina, al contrario, vuole interrompere i combattimenti lungo le attuali linee del fronte senza cedere formalmente territorio. È il classico compromesso impossibile: Mosca vuole che la linea del fronte diventi frontiera politica; Kiev vuole che la linea del fronte sia solo una sospensione, non una ratifica.
Sul tavolo compare una proposta americana: una zona economica libera in cambio del ritiro ucraino. Qui la geoeconomia entra in campo con forza. Un’area a regime speciale può attrarre investimenti, ricostruzione, catene produttive e, soprattutto, può diventare un corridoio di influenza: chi finanzia, indirizza. Ma per Kiev il prezzo rischia di essere troppo alto, perché un ritiro imposto con incentivi economici suona come una privatizzazione della sovranità.
In parallelo, l’Europa osserva con inquietudine: teme che una trattativa centrata su incentivi e “normalizzazione” riduca il peso delle sanzioni, apra varchi finanziari e soprattutto faccia passare l’idea che il conflitto si chiuda premiando chi ha preso territorio.
I colloqui si concentrano sulle garanzie per l’Ucraina del dopoguerra. È il punto decisivo, perché senza garanzie credibili un cessate il fuoco diventa una parentesi. Ma qui la distanza è enorme: alcune formule che per Kiev sarebbero vitali, per Mosca sarebbero inaccettabili. Se le garanzie somigliano a un’adesione piena all’Alleanza Atlantica, la Russia le leggerà come sconfitta strategica mascherata. Se invece sono vaghe, l’Ucraina le leggerà come invito a subire il prossimo round.
Nel frattempo, la guerra resta una leva negoziale. Ogni missile, ogni drone, ogni colpo su centrali e reti elettriche è anche un messaggio ai tavoli: “posso ancora peggiorarti la vita”.
Le parole dell’ex consigliere Sergey Karaganov, che evoca l’uso di armi nucleari contro l’Europa se la Russia fosse vicina alla sconfitta, non sono un incidente di linguaggio. Sono parte di una dottrina comunicativa: spostare il costo psicologico del conflitto sulle società europee, insinuare l’idea che sostenere Kiev significa flirtare con l’apocalisse.
È una minaccia che non va letta come previsione, ma come strumento di pressione: se l’Europa ha paura, chiederà moderazione; se chiede moderazione, rallenta aiuti e compattezza; se rallenta, Kiev si indebolisce; se Kiev si indebolisce, Mosca negozia meglio. È una catena di coerzione, non un proclama.
La frattura più evidente è tra Washington e gli alleati europei. L’Europa continua a sostenere che Mosca punta a guadagnare tempo e territorio, mentre gli Stati Uniti di Trump si mostrano più disponibili a incardinare la pace su un accordo rapido e su una redistribuzione delle responsabilità. In questo gioco, l’Europa rischia di diventare il soggetto che paga sicurezza, ricostruzione e gestione del dopoguerra, ma con meno voce sulle condizioni.
Ecco perché la frase “l’ostacolo è Zelensky” è più di una provocazione: è un tentativo di isolare politicamente Kiev e, insieme, di mettere gli europei davanti a un bivio brutale. Seguire la linea americana e accettare un compromesso territoriale di fatto, oppure restare sul principio e prepararsi a un conflitto lungo, costoso, instabile, con una Russia che userà energia, disinformazione e paura come armi di logoramento.
In sintesi, la battaglia vera non è ancora sul testo di un accordo: è su chi verrà indicato come responsabile della sua mancata firma. E Mosca, questa volta, sta provando a far scrivere quella riga a Washington.












