di Guido Keller –
I colloqui per una possibile de-escalation del conflitto tra Russia e Ucraina proseguono in un clima di prudenza e scetticismo. Sul tavolo, secondo fonti vicine al dossier, Mosca avrebbe individuato due priorità considerate imprescindibili: la tutela delle esportazioni energetiche e il pieno controllo territoriale del Donbass.
Due richieste che riflettono non solo interessi strategici, ma anche esigenze politiche interne, capaci di influenzare profondamente l’andamento dei negoziati.
Il primo punto riguarda la cessazione degli attacchi contro le imbarcazioni della cosiddetta “flotta ombra”, il sistema informale di navi cisterna utilizzato per garantire la continuità dell’export di petrolio e gas russo nonostante sanzioni e restrizioni.
Per l’establishment economico di Mosca la libera circolazione degli idrocarburi rappresenta una linea rossa. Le entrate energetiche restano infatti centrali per sostenere il bilancio statale e finanziare lo sforzo bellico. Qualsiasi tentativo di ostacolare queste rotte marittime viene interpretato come un colpo diretto alla stabilità finanziaria del Paese.
Su questo fronte spiragli diplomatici sembrano ancora possibili. Un’intesa potrebbe passare attraverso la mediazione degli Stati Uniti d’America, che avrebbero la leva politica necessaria per esercitare pressioni su Kiev affinché vengano sospese le operazioni contro il traffico commerciale marittimo.
Ben più complessa appare la seconda richiesta: il ritiro delle forze armate ucraine dalle aree del Donbass ancora sotto il loro controllo.
Qui la questione assume un valore che supera l’aspetto militare. Per Mosca si tratta di un obiettivo simbolico e identitario, percepito da ampi settori della società come un tassello essenziale per legittimare l’operazione militare. Proprio questa dimensione rende il compromesso estremamente difficile.
Dal lato ucraino cedere territorio equivarrebbe a una sconfitta politica e strategica difficilmente accettabile. Le autorità di Kiev continuano a ribadire la necessità di preservare l’integrità territoriale, rendendo di fatto il dialogo su questo punto bloccato.
Di fronte a queste posizioni distanti, gli osservatori prevedono che i colloqui proseguiranno soprattutto su questioni collaterali: scambi di prigionieri, corridoi umanitari, tutela dei civili e gestione delle emergenze.
Per il resto, non si intravedono svolte sostanziali nel breve periodo. Le due capitali restano ancorate a priorità incompatibili: da un lato la sicurezza economica e simbolica rivendicata da Mosca, dall’altro la difesa territoriale sostenuta da Kiev.
Il risultato è un processo negoziale destinato a continuare, ma con margini ridotti per una pace complessiva. Una trattativa che, almeno per ora, sembra più orientata a contenere il conflitto che a risolverlo.
Intanto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato che i prossimi negoziati trilaterali tra Russia, Stati Uniti e Ucraina si terranno il 4 e il 5 febbraio ad Abu Dhabi.












