di Giuseppe Gagliano –
Nei giorni scorsi Donald Trump ha alzato la voce. Di nuovo. Ma stavolta non con parole rivolte all’elettorato o a qualche avversario politico interno, bensì con un ordine presidenziale: due sottomarini nucleari americani sarebbero stati riposizionati in “aree appropriate” come risposta a minacce verbali lanciate da Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di Sicurezza russo. Una mossa che sembra più propaganda muscolare che strategia calibrata, ma che in un contesto geopolitico surriscaldato può comunque alterare gli equilibri e generare effetti a catena.
Come spesso accade in questa fase della politica statunitense, il gesto ha avuto una cornice più social che istituzionale: un post sui canali personali di Trump, più che una dichiarazione ufficiale del Pentagono o della Marina. Né il Dipartimento della Difesa né i vertici militari USA hanno commentato. L’ambiguità resta totale: nessuno conferma, nessuno smentisce. Ma intanto, il messaggio politico è lanciato: gli Stati Uniti sono pronti a reagire, anche sul terreno più estremo della deterrenza nucleare.
Lo stesso giorno a Mosca Vladimir Putin ha fatto la sua parte. Durante un’intervista ai media statali, ha annunciato che la Russia ha avviato la produzione del nuovo missile ipersonico Oreshnik, e che lo schiererà in Bielorussia entro la fine dell’anno. Il missile, già testato nel novembre 2024 durante un attacco a Dnipro, è verosimilmente una versione avanzata del RS-26 Rubezh, pensato per colpire in profondità e con velocità supersonica, sfuggendo alle difese antimissile convenzionali.
Il fatto che la Russia preveda di collocare tali sistemi in Bielorussia aggiunge una dimensione nuova al confronto: Mosca non solo mostra i muscoli, ma li avvicina fisicamente al cuore dell’Europa. È una sfida diretta alla NATO, e in particolare alla presenza americana nei Paesi baltici e in Polonia. Ma è anche un chiaro segnale interno: la Russia non arretra, anzi rafforza la propria postura militare in risposta alle pressioni occidentali e alle dichiarazioni incendiarie di Trump.
Il messaggio implicito di Trump è tutt’altro che simbolico: si parla della componente più letale della cosiddetta “triade nucleare” americana. Gli Stati Uniti dispongono di 14 sottomarini nucleari classe Ohio, ciascuno capace di lanciare 24 missili Trident II D5, con gittata superiore a 7mila km e testate multiple. Una sola unità può cancellare più città nel giro di pochi minuti. È per questo che, tradizionalmente, i presidenti americani hanno evitato di evocare la loro posizione o missione. Trump infrange questo tabù, affidandosi a una retorica muscolare in risposta a un avversario che gioca esattamente sullo stesso registro.
Eppure, come sottolineano analisti del calibro di Hans Kristensen o Evelyn Farkas, non siamo (ancora) al bordo del baratro. La mossa americana appare più politica che militare, e non modifica in modo significativo la postura strategica USA. I sottomarini erano già in grado di colpire la Russia. Ora, semplicemente, lo si dice ad alta voce.
Il rischio però è che questa nuova forma di comunicazione strategica fatta di post, interviste e comunicati informali, finisca per alimentare una “trappola di impegno”: una volta detta una cosa, bisogna agire per dimostrare coerenza. Trump potrebbe così essersi legato le mani da solo, obbligandosi a rispondere a ogni provocazione russa con nuovi atti di forza. Mosca, dal canto suo, usa lo schieramento dell’Oreshnik per rafforzare il proprio controllo sul teatro bielorusso, consolidando la simbiosi militare con Lukashenko.
In tutto ciò, la diplomazia resta muta. Le dichiarazioni su possibili negoziati da parte russa appaiono di facciata, mentre l’ultimatum fissato da Trump per l’8 agosto, una sorta di dead-line personale per la fine della guerra in Ucraina, non sembra spostare nulla nella posizione del Cremlino.
In questa nuova fase della crisi la logica non è quella della deterrenza classica, fondata sulla stabilità e sull’equilibrio del terrore, ma piuttosto su una “deterrenza performativa”, in cui ogni attore cerca di mostrare al mondo di avere l’ultima parola. Un’escalation fatta più di parole che di missili, ma non per questo meno pericolosa.
Trump e Putin si muovono su un terreno minato, dove ogni dichiarazione può innescare una catena di fraintendimenti. E dove il vero assente è l’architettura della sicurezza internazionale, ormai sgretolata. I missili si moltiplicano, le parole si radicalizzano, e la pace resta confinata in qualche paragrafo diplomatico che nessuno legge più davvero.












