Ucraina. Ucciso il colonnello Ivan Voronych: aveva un ruolo centrale nell’Sbu

di Giuseppe Gagliano

Due giorni fa, nel cuore del quartiere Holosiivskyi di Kiev, il colonnello dell’SBU Ivan Voronych è stato assassinato in pieno giorno, mentre usciva da un edificio residenziale con due borse in mano. Cinque colpi di pistola, silenziati, esplosi a bruciapelo: il killer mascherato ha agito con freddezza chirurgica, fuggendo senza lasciare traccia.
Voronych non era un semplice ufficiale. Di lui si sa, secondo fonti come Ukrainska Pravda, che era membro della “Divisione 1” del 16mo Dicastero del Centro Operazioni Speciali “Alfa”, core dell’intelligence strategica ucraina fin dagli anni Novanta. Tra le sue missioni vi sono l’eliminazione nel 2016 di “Motorola”, comandante filo-separatista nel Donbass, e il ruolo chiave nei raid nella regione russa di Kursk nell’estate del 2024.
Il suo nome è leggendario, ovvero il simbolo della capacità offensiva dell’SBU, capace di operare oltre confine, nella “zona grigia” russa. Realtà confermate anche dai suoi superiori, come l’ex capo dell’SBU Ivan Bakanov, che lo ha definito uno dei protagonisti più attivi del contrasto all’aggressione russa dal 2014.
Il commento dell’ex colonnello Roman Chervinsky è netto: “Un colpo mirato, opera di un commando nemico. Con cinque spari in pieno viso, il killer ha fatto il suo mestiere”. Ora l’SBU e la Polizia nazionale stanno conducendo un’indagine approfondita, mentre un’operazione è in corso per individuare il cecchino.
Sul fronte russo i sostenitori del Cremlino hanno già celebrato la sua morte. Media di Mosca, come Readovka, hanno attribuito l’azione ai servizi russi. Il New York Times, pur senza confermare un coinvolgimento diretto di Mosca, evidenzia che, se fosse tale, sarebbe una delle prime operazioni di alto profilo nei territori ucraini da parte dei servizi russi dal 2022.
Quel che resta però è la sostanza: Voronych era una pedina centrale nella guerra segreta che si combatte nell’ombra, una guerra ibrida e di droni in cui la posta in gioco non è solo il Donbass o la Crimea, ma la capacità di annichilire lo spirito nemico. La sua uccisione, in piena capitale, manda un messaggio: nessun luogo è sicuro, nemmeno a Kiev.
Il rischio che ne deriva è duplice. In primo luogo mina il morale interno dell’intelligence ucraina: perdere un operatore della sua levatura significa indebolire un tassello fondamentale nella catena delle operazioni segrete. In secondo luogo spinge a reagire: se davvero Mosca agisce così impunemente in Ucraina, la risposta di Kiev, anche in termini di contro-sabotaggi, appare inevitabile.
Con il conflitto militare sempre sull’orlo dell’escalation, questa liquidazione in stile “esecuzione pubblica” rischia di inaugurare una nuova fase di guerra ibrida: più subdola, più letale, più interna al cuore stesso della stabilità ucraina.
Va tuttavia detto che non da oggi i servizi ucraini rivendicano uccisioni di esponenti della macchina bellica e dei servizi segreti russi. Il caso più eclatante, ma ve ne sono altri, è l’uccisione avvenuta il 17 dicembre dello scorso anno a Mosca del 54enne tenente generale Igor Anatolyevich Kirillov, capo delle truppe RKhBZ delle Forze armate della Federazione Russa, insieme al suo assistente, il maggiore I. V. Polikarpov.