Ucraina. Zelensky a Nicosia per accelerare l’adesione all’Ue

di Giuseppe Gagliano –

Nel pieno di una guerra che continua a logorare uomini, risorse e margini politici, l’Ucraina torna a spingere con forza sulla porta dell’Unione Europea. Non è solo una richiesta di adesione formale, ma una mossa strategica: ancorare il proprio futuro a un sistema di garanzie politiche, economiche, e indirettamente di sicurezza, che vada oltre la contingenza militare. È con questo obiettivo che Volodymyr Zelensky ha intensificato il pressing sugli alleati europei, chiedendo progressi concreti nel percorso di adesione e sanzioni più dure contro la Russia.
Zelensky si è incontrato a Nicosia con Nikos Christodoulides, poiché ’isola ha appena assunto la presidenza di turno dell’Unione Europea per sei mesi e intende sfruttare il mandato per rafforzare il ruolo dell’UE come attore geopolitico nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. In questo quadro, l’Ucraina diventa un dossier centrale.
Il presidente ucraino ha parlato di apertura dei cluster negoziali e di accelerazione del processo di adesione, consapevole che la guerra rende ogni passo più complesso ma, allo stesso tempo, più urgente. Kiev ha presentato la domanda di ingresso pochi giorni dopo l’invasione russa del febbraio 2022, cercando una collocazione irreversibile nello spazio politico occidentale. Da allora, il percorso è stato segnato da ostacoli interni all’UE, in particolare le resistenze dell’Ungheria, contraria a procedure accelerate.
Sul piano immediato, il presidente ucraino ha insistito sulla necessità di mantenere e rafforzare le sanzioni contro Mosca, legandole esplicitamente alla fine dell’aggressione e dell’occupazione. Accanto alla pressione economica, resta centrale il tema militare: difesa aerea, produzione e fornitura di droni, capacità di resistere a un conflitto che, per Kiev, non può essere considerato in via di esaurimento.
Cipro, nonostante i suoi storici legami politici e culturali con la Russia, ha allineato la propria posizione a quella europea, sostenendo il regime sanzionatorio. Non è solo una scelta di disciplina comunitaria: sull’isola pesa una memoria storica precisa.
Christodoulides ha richiamato esplicitamente l’esperienza cipriota del 1974, quando l’invasione turca del nord dell’isola lasciò una ferita ancora aperta. Per Nicosia, sovranità e integrità territoriale non sono concetti astratti. È anche per questo che la causa ucraina viene letta come qualcosa di più di una crisi lontana: è uno specchio in cui Cipro riconosce la propria storia.
Da qui l’impegno dichiarato a fare dell’Ucraina una priorità della presidenza cipriota, garantendo sostegno politico, diplomatico e simbolico a tutti i livelli dell’azione europea.
Parallelamente Zelensky ha incontrato Ursula von der Leyen e Antonio Costa, nel tentativo di chiarire il nodo più delicato: le garanzie di sicurezza postbelliche. Gli Stati Uniti hanno ribadito il loro sostegno a una coalizione ampia pronta a intervenire in caso di violazione di un eventuale cessate il fuoco, ma per Kiev non basta.
Il punto, per il presidente ucraino, è giuridico e politico insieme: senza impegni vincolanti, ratificati dai parlamenti nazionali europei e dal Congresso americano, ogni promessa resta reversibile. Ed è proprio questa ambiguità che alimenta il timore di un nuovo attacco russo una volta congelato il fronte.
In questo contesto, la candidatura all’UE assume una funzione che va oltre l’economia o l’accesso ai fondi comunitari. Diventa uno strumento di deterrenza politica. Entrare nell’Unione significherebbe rendere il destino dell’Ucraina inseparabile da quello europeo, alzando il costo strategico di qualsiasi futura aggressione russa.
La presidenza cipriota offre una finestra temporale favorevole, ma i limiti restano evidenti. L’UE procede per consenso, e il consenso oggi è fragile. L’Ucraina spinge, consapevole che il tempo non è neutrale: ogni rinvio rafforza l’incertezza, ogni passo avanti consolida la sua collocazione occidentale.
La spinta ucraina verso l’Unione Europea, nel momento in cui Cipro assume la guida del Consiglio, fotografa una realtà precisa: la guerra non si combatte solo sul campo, ma nei processi politici lenti e complessi di Bruxelles. Per Kiev, l’adesione non è un traguardo simbolico, ma una necessità strategica. Per l’Europa, è una scelta che misura la propria ambizione geopolitica. E il tempo, come sempre, gioca un ruolo decisivo.