Francesco Pontelli

Nonostante i timidi tentativi del governo di utilizzare la leva fiscale per diminuire il prezzo del gasolio, dopo averlo gravato del maggiore carico fiscale in Europa, le ragioni della sua costante crescita vanno ricercate in altri fattori strutturali, i cui effetti difficilmente possono essere azzerati attraverso la leva fiscale delle accise.

Dal 2020, dopo l’inizio della pandemia di Covid-19, in Europa sono state chiuse o convertite circa 10-12 raffinerie di petrolio, mentre la tendenza generale vede una riduzione complessiva della capacità di raffinazione del 30% dal 2005 a oggi.

Molti di questi impianti sono stati convertiti in bioraffinerie o terminali di importazione. Solo per citare i più importanti: Grandpuits (Francia), Porto (Portogallo), Naantali (Finlandia), Slagen (Norvegia), Anversa (Belgio), Sisak (Croazia), Livorno (Italia), Wesseling (Germania) e Grangemouth (Regno Unito).

Questa vera e propria desertificazione infrastrutturale presenta evidenti relazioni di causa-effetto riconducibili alla transizione energetica imposta dall’Unione europea.

Questa visione ideologica è stata preferita a quella di una diversificazione energetica, che avrebbe permesso di ridurre il peso specifico di ogni singola fonte energetica, allontanando così ogni pericolo di gestione monopolistica.

Le cause che hanno determinato questa disastrosa diminuzione della capacità di raffinazione possono infatti essere attribuite alla politica europea, che ha imposto costi insostenibili attraverso normative ambientali più rigide, come quelli derivanti dal sistema ETS, relativo alle quote di emissione di carbonio.

Proprio a causa della perdita delle infrastrutture di raffinazione, determinata dalla politica miope dell’Ue, si è favorita l’esplosione dei margini medi di raffinazione, aumentati di circa il 300-500% rispetto ai minimi storici del 2020, durante il periodo della pandemia, passando da pochi centesimi a oltre 30-40 centesimi al barile.

Parallelamente, i costi operativi delle raffinerie sono cresciuti tra il 40 e il 60%, spinti principalmente dall’impennata dei costi energetici interni, gas ed elettricità, ma anche dalle spese per la conformità alle normative ambientali.

Quindi l’Ue, attraverso la propria strategia energetica, invece di puntare a una diversificazione energetica, ha adottato principi ideologici avulsi dalla realtà, come l’ETS e una velleitaria decarbonizzazione totale entro il 2050.

Questa strategia ha determinato la cessazione di un mercato energetico concorrenziale, che assicurava bassi costi di raffinazione, e ha posto le basi per un ulteriore allargamento del monopolio petrolifero, aggiungendovi anche quello della raffinazione.

Considerando come già la “transizione energetica” ponga l’intera economia europea nelle mani della Cina, che detiene una posizione dominante nel settore delle terre rare, l’allargamento del monopolio petrolifero anche alla sua raffinazione definisce e consolida il disastro europeo.