di Giuseppe Gagliano –
L’Europa tenta di isolare Mosca sul piano energetico, ma la crisi globale ridisegna gli equilibri e apre nuovi spazi alla Russia. Con lo Stretto di Hormuz di fatto paralizzato e le forniture mediorientali sempre più incerte, i Paesi del Sud-Est asiatico guardano al greggio russo come soluzione immediata, mettendo in difficoltà la strategia sanzionatoria di Bruxelles.
L’Unione Europea ha chiesto ai Paesi dell’ASEAN di non acquistare petrolio russo, nel tentativo di ridurre le entrate del Cremlino e limitarne la capacità di finanziare la guerra in Ucraina. Tuttavia, la richiesta arriva in un momento in cui la sicurezza energetica globale è compromessa. Per economie come Vietnam, Thailandia, Indonesia e Filippine, l’accesso all’energia resta una priorità assoluta rispetto alle logiche geopolitiche.
La chiusura dello Stretto di Hormuz rappresenta il fulcro della crisi. Da questo passaggio transita circa un quinto del petrolio mondiale e la sua interruzione ha innescato un’impennata dei prezzi e una corsa globale alle forniture alternative. In questo contesto, la Russia si propone come fornitore disponibile e competitivo, sfruttando canali commerciali meno esposti alle tensioni del Golfo.
Per Bruxelles, ogni nuova esportazione russa verso l’Asia si traduce in risorse economiche per sostenere l’apparato militare di Mosca. La guerra in Ucraina si estende così oltre il campo di battaglia, coinvolgendo mercati energetici, rotte marittime e sistemi finanziari.
A complicare il quadro si aggiunge il rafforzamento dei rapporti tra Russia e Iran. Teheran utilizza Hormuz come leva strategica, mentre Mosca sfrutta la crisi per rafforzare la propria posizione economica e diplomatica. L’asse tra i due Paesi segnala una sfida più ampia all’ordine occidentale e aumenta la pressione su Europa e Stati Uniti, già divisi sulle priorità internazionali.
Sul terreno, l’Ucraina continua a colpire le infrastrutture petrolifere russe, puntando a ridurre capacità produttiva e logistica del nemico. Gli attacchi alle raffinerie, come quella di Tuapse, mirano a indebolire direttamente la macchina bellica russa, ma rischiano anche di aggravare la tensione sui mercati globali già destabilizzati.
Per i Paesi asiatici, la conseguenza più immediata è l’aumento dell’inflazione energetica, con ricadute su trasporti, industria e stabilità sociale. La Russia, invece, affronta un equilibrio ambiguo tra danni alle infrastrutture e vantaggi derivanti da prezzi più alti e maggiore domanda nei mercati non occidentali.
L’Europa appare nella posizione più fragile. Chiede ai partner internazionali di rinunciare al petrolio russo, ma fatica a garantire alternative rapide, sicure ed economicamente sostenibili. Senza un’offerta concreta, molti Paesi continueranno a privilegiare forniture accessibili rispetto agli appelli politici.
La crisi conferma come la guerra energetica sia ormai parte integrante del conflitto. Infrastrutture, rotte e prezzi diventano strumenti strategici al pari delle operazioni militari. Hormuz si afferma come snodo decisivo, capace di influenzare scelte politiche e dinamiche economiche globali.
In questo scenario, il Sud globale rivendica autonomia. I Paesi dell’ASEAN mantengono relazioni con tutte le principali potenze e scelgono in base ai propri interessi nazionali, evitando di allinearsi automaticamente alle posizioni occidentali.
La partita resta aperta. Senza una strategia energetica credibile e competitiva, l’Europa rischia di vedere indebolita la propria influenza, mentre la Russia continua a sfruttare la crisi come leva per rientrare nei mercati internazionali. Il petrolio si conferma così non solo una risorsa, ma uno strumento decisivo di potere geopolitico.












