di Giuseppe Gagliano –
Il programma Eurodrone, nato per garantire all’Europa una capacità autonoma nel settore dei velivoli senza pilota, attraversa una fase critica dopo la decisione della Francia di rinviare fino al 2035 l’acquisto dei sistemi previsti. La scelta ha aperto una disputa tra Airbus, capofila del progetto, e Dassault Aviation, che chiede una compensazione per la possibile riduzione della quota industriale assegnata all’industria francese.
Valutato circa 7 miliardi di euro, il programma coinvolge Francia, Germania, Italia e Spagna e prevede la realizzazione di 20 sistemi composti da 60 velivoli e 40 stazioni di controllo. L’obiettivo iniziale era ridurre la dipendenza europea dai droni statunitensi e israeliani, rafforzando al tempo stesso la base industriale continentale della difesa.
La crisi nasce anche da differenti visioni strategiche. La Germania ha sostenuto fin dall’inizio un sistema di grandi dimensioni, dotato di elevati standard di sicurezza e certificabile per operare nello spazio aereo civile. La Francia, invece, considera oggi il progetto troppo costoso e poco adatto alle esigenze emerse dai conflitti recenti, in particolare dalla guerra in Ucraina, dove hanno dimostrato efficacia droni economici, munizioni circuitanti e sistemi facilmente sostituibili.
Parigi non ha abbandonato formalmente Eurodrone, ma ha scelto di orientare le proprie risorse verso programmi considerati più flessibili e rapidamente impiegabili. Tra le alternative osservate con interesse figura l’Aarok, sviluppato dalla società francese Turgis & Gaillard, concepito come drone da sorveglianza e attacco a costi più contenuti e con una maggiore capacità produttiva.
La controversia tra Dassault e Airbus riflette una rivalità più ampia che da anni caratterizza i principali programmi europei della difesa. Le stesse tensioni hanno rallentato il progetto del futuro caccia europeo FCAS e complicato lo sviluppo del carro armato di nuova generazione MGCS. In tutti i casi emergono gli stessi problemi: distribuzione del lavoro industriale, proprietà delle tecnologie strategiche, leadership progettuale e ritorni economici nazionali.
Sul piano economico, un ridimensionamento della partecipazione francese potrebbe aumentare i costi per Germania, Italia e Spagna, mentre eventuali compensazioni richieste da Dassault rischiano di aggravare ulteriormente il quadro finanziario del programma. Il risultato è che un progetto nato per ridurre i costi attraverso la cooperazione potrebbe finire per diventare più oneroso e meno competitivo rispetto alle alternative disponibili sul mercato.
Anche dal punto di vista militare il dibattito è aperto. La guerra in Ucraina ha evidenziato come la quantità, la rapidità di produzione e la capacità di sostituire rapidamente le perdite possano risultare decisive quanto la sofisticazione tecnologica. Per questo la Francia sembra privilegiare una strategia basata su sistemi più numerosi, meno costosi e integrati in una rete di sensori, munizioni e capacità di guerra elettronica.
La vicenda Eurodrone mette in evidenza le difficoltà dell’Europa nel trasformare l’ambizione di una difesa comune in una concreta politica industriale condivisa. Mentre i bilanci militari aumentano e la competizione internazionale accelera, i principali programmi europei continuano a scontrarsi con interessi nazionali divergenti. Il rischio è che l’Unione europea resti un grande mercato per le tecnologie militari prodotte altrove, senza riuscire a costruire una reale autonomia strategica nel settore della difesa.












