Ue. Gas: il commissario Jorgensen, ‘non possiamo sostituire una dipendenza con un’altra’

di Giuseppe Gagliano

Per tre anni l’Unione Europea ha raccontato a se stessa una storia lineare: tagli il gas russo, lo sostituisci con il gas naturale liquefatto, paghi un sovrapprezzo e ti metti al riparo. Poi arriva la geopolitica a ricordarti che non esistono ripari definitivi. Le parole del commissario europeo per l’Energia, Dan Jorgensen, dicono proprio questo: l’Europa non può permettersi di sostituire una dipendenza con un’altra, soprattutto se l’alleato da cui dipendi non esclude, almeno sul piano retorico, l’uso della forza contro la Groenlandia.
Qui il punto non è la Groenlandia in sé, ma il precedente politico: se l’energia diventa merce di scambio dentro una relazione transatlantica più dura e più contrattuale, allora anche il gas “amico” smette di essere un bene neutro. E quando un bene smette di essere neutro, diventa leva.
Il dato citato da Bruxelles è brutalmente semplice: gli Stati Uniti oggi forniscono più di un quarto del gas dell’Unione Europea, contro circa il 5 per cento di cinque anni fa. E questa quota rischia di crescere con l’entrata in vigore del divieto totale sul gas russo. Tradotto: l’Europa ha scelto una soluzione d’urgenza che ora rischia di trasformarsi in struttura.
Ecco perché Jorgensen parla di diversificazione e indica, senza giri di parole, fornitori alternativi: Canada, Qatar, Algeria, più un lavoro parallelo sul combustibile nucleare non russo per gli Stati membri che ancora dipendono da Mosca. È un elenco che somiglia a una mappa di vulnerabilità: ogni alternativa è possibile, ma nessuna è gratuita.
Il primo scenario è quello ordinato: più contratti con fornitori diversi, più concorrenza, prezzi meno esposti agli umori di un singolo partner, maggiore stabilità per l’industria europea. È lo scenario che Bruxelles vorrebbe vendere ai cittadini: paghi oggi per non pagare domani.
Il secondo scenario è quello sporco: la diversificazione avviene mentre i prezzi restano volatili, la capacità di rigassificazione è diseguale tra Paesi, e la competizione globale per il gas naturale liquefatto aumenta. In questo caso il rischio è doppio: bollette alte e perdita di competitività, soprattutto per settori energivori già sotto pressione.
Il terzo scenario è quello politico: un irrigidimento dei rapporti con Washington spinge verso una guerra commerciale strisciante, dove l’energia diventa uno degli strumenti di pressione reciproca. Bruxelles dice di non voler conflitti commerciali, ma il problema è che “non volerli” non basta quando le catene di approvvigionamento diventano strumenti di negoziazione.
C’è un aspetto che spesso viene messo in fondo, ma che oggi torna al centro: la sicurezza energetica è parte della postura strategica. Una Unione che dipende in modo crescente da un unico fornitore esterno, per di più marittimo, è una Unione che deve proteggere rotte, terminali, assicurazioni, infrastrutture critiche. E questo significa costi, pianificazione, vulnerabilità.
La Groenlandia entra qui come simbolo: l’Artico è un teatro di competizione, e l’idea stessa che un dossier territoriale possa essere evocato con toni muscolari da Washington agisce come shock psicologico su Bruxelles. Non perché domani parta una crisi, ma perché cambia il calcolo: se il tuo ombrello di sicurezza è anche il tuo rubinetto energetico, ogni tensione politica diventa un rischio sistemico.
L’Unione Europea oggi prova a costruire autonomia energetica in un mondo dove l’autonomia completa è un mito. La diversificazione verso Canada, Qatar e Nord Africa è sensata, ma implica scelte di lungo periodo: investimenti, contratti, infrastrutture, diplomazia stabile con regioni che hanno i loro fragili equilibri.
E poi c’è un tema di geoeconomia interna: energia più cara e più incerta significa industria più debole, inflazione più difficile da domare, transizione energetica più lenta e più contestata. Se l’Europa vuole “prendersi cura di se stessa”, come dice Jorgensen, deve tenere insieme tre piani: sicurezza degli approvvigionamenti, competitività industriale, credibilità politica. Se ne manca uno, gli altri due crollano.
Bruxelles ammette di non avere una soglia formale oltre la quale l’importazione di gas naturale liquefatto americano diventa eccessiva. È una confessione importante: l’Europa sta ancora navigando a vista, con un gas americano che resta “essenziale” nel breve periodo, ma che nel lungo periodo viene visto come potenziale nuova dipendenza.
Il paradosso europeo è tutto qui: ha bisogno degli Stati Uniti per sostituire la Russia, ma proprio questa necessità rende più costoso il dissenso con Washington. Per questo la diversificazione non è un gesto antiamericano: è un’assicurazione. E oggi, in un mondo turbolento, l’assicurazione è diventata la vera politica energetica.