Gas russo: l’Ue chiude il rubinetto (a se stessa)

di Giuseppe Gagliano

Il divieto totale delle importazioni di gas russo, in vigore dal primo gennaio 2026, è l’atto finale di un percorso che l’Unione ha iniziato quasi per necessità strategica dopo il 2022. Ma la rapidità con cui è stato chiuso l’accordo, frutto di un negoziato febbrile tra Parlamento, Commissione e governi, rivela una pressione politica e militare sempre più intensa. Con la Russia in avanzata sul fronte ucraino e Kiev in affanno economico, Bruxelles tenta di riscrivere la propria vulnerabilità energetica trasformandola in un’arma economica.
Nonostante il crollo delle forniture rispetto a tre anni fa, la Russia rappresenta ancora quasi un quinto del fabbisogno europeo. Spezzare questa quota non è solo una questione di principio politico, è un rischio economico reale. L’Europa ha diversificato acquistando gas liquefatto da Stati Uniti, Qatar, Nigeria e Algeria, ma questo comporta costi più elevati, dipendenze nuove e infrastrutture non sempre adeguate. Le regole graduali del divieto – stop immediato agli acquisti spot, chiusura dei contratti nel 2026-2027 e blocco dei gasdotti nel 2027 – riflettono proprio le fragilità di quei Paesi dell’Est che senza il gas russo temono la paralisi industriale.
La Commissione presenta la decisione come un colpo determinante alle entrate energetiche russe. In parte è vero: Mosca incasserà molto meno da Bruxelles. Ma nell’economia globale del gas, la Russia ha già riconvertito buona parte delle sue rotte, spostandosi verso Asia e Medio Oriente. L’impatto più significativo sarà quindi politico, non economico. La chiusura europea sancisce che non ci sarà alcun ritorno allo “status quo energetico” pre-2022. È una linea di non ritorno che anticipa un mondo in cui energia e geopolitica si sovrappongono in modo permanente.
Il compromesso finale rivela le paure dei governi: sanzioni severe per chi viola il divieto, ma anche clausole di emergenza che permettono deroghe limitate nel tempo. È la conferma di un’evidenza che nessuno ama ammettere: l’Europa non entra in questa fase con un mercato energetico solido e armonizzato, ma con un mosaico di interessi divergenti. La lista dei Paesi “sicuri” da cui importare gas, che include Stati con instabilità politiche o ambiguità geopolitiche, è una concessione tattica. Una stabilità energetica costruita su fornitori percepiti come meno problematici di Mosca, ma non necessariamente più affidabili.
L’obiettivo dichiarato è la resilienza. La realtà, però, è più complessa. Il divieto potrà aumentare i prezzi dell’energia nei Paesi più esposti, ridurre la competitività industriale e rendere l’Europa più dipendente dagli Stati Uniti per il gas liquefatto. Si tratta di una dipendenza diversa, certo, ma sempre una dipendenza. Il nuovo equilibrio energetico europeo disegna un continente che tenta di rafforzare la propria autonomia strategica mentre si colloca sempre più dentro il perimetro energetico occidentale guidato da Washington.
Per la Russia il messaggio è chiaro: l’Europa considera la rottura energetica definitiva. Non è solo una sanzione: è la fine di un rapporto che per decenni ha legato Mosca ai mercati europei più di qualsiasi accordo politico. La “stagione del gas russo” aveva garantito stabilità ai governi europei e profitti ai russi. Chiude qui, lasciando un vuoto che sarà riempito da altre potenze, altre strategie e nuovi equilibri regionali.
I negoziatori europei rivendicano l’unità ritrovata. Ma la vera prova sarà nei prossimi due inverni, quando i consumi, le tensioni industriali e i prezzi metteranno alla prova la coesione dell’Unione. La decisione è storica, ma comporta un salto nel buio energetico che l’Europa dovrà gestire senza più la rete di sicurezza russa. Una strategia necessaria, forse inevitabile, ma che apre una stagione di incertezze che non potranno essere risolte solo con il linguaggio della resilienza.