di Cesare Scotoni –
Con un certo ritardo l’opinione pubblica sta scoprendo attraverso i giornali che il passo falso del 2011 ha cambiato per sempre, e in peggio, il progetto di Unione Europea a guida franco tedesca, nato a Lisbona nel 2005 e giunto al suo definitivo fallimento a Istanbul nella primavera del 2022. A quel cedimento strutturale sono seguiti quattro anni di scelte inadeguate, mentre attorno a noi il mondo andava definendo le linee di quell’inevitabile “grande reset” di cui Obama parlò già nel 2010.
Il debito pubblico degli Stati Uniti, insieme all’altrettanto ingombrante debito privato, è sostenuto dalla metà degli anni Settanta dal dollaro e dal suo utilizzo come valuta di scambio nella stragrande maggioranza delle transazioni internazionali di materie prime. Il dollaro si regge essenzialmente su due pilastri, la forza militare con cui gli Stati Uniti si assicurano il controllo delle risorse strategiche e l’export di prodotti ad alta tecnologia, destinati in primo luogo ai Paesi alleati.
L’intervento dell’amministrazione Clinton sulla regolazione finanziaria e la successiva, rapidissima finanziarizzazione dell’economia americana, fondata su leve ormai insostenibili, hanno creato uno squilibrio emerso con brutalità nel 2008. In seguito, l’affermarsi di nuove tecnologie, che richiedono l’impiego di materie prime fino ad allora marginali, e la recente, accelerata crescita tecnologica di Paesi come Cina e India, forti di mercati interni in grado di sostenerla, hanno messo definitivamente in crisi quel modello. La distribuzione globale di domanda e offerta è così mutata in modo repentino.
In questo contesto il manifatturiero tedesco, sostenuto per due decenni dal gas russo a basso costo e da una costruzione affrettata e sbilanciata dell’euro, penalizzante per i Paesi abituati a ricorrere alla svalutazione competitiva per sostenere l’export, è diventato un fattore di rischio per gli Stati Uniti e per la centralità del dollaro. Ciò ha spinto Washington a lanciare almeno tre avvertimenti al governo Merkel e, successivamente, a intervenire in difesa del proprio impero. Il resto è cronaca, tragicamente sotto gli occhi di tutti.
Partendo dai fatti, senza lasciarsi trascinare dai numerosi propagandisti che promuovono narrazioni complesse come fossero prodotti di consumo, resta da capire, in quanto alleati di un Paese tecnologicamente e militarmente molto più forte del nostro, e a cui siamo legati da accordi successivi alla sconfitta nella Seconda guerra mondiale, se e come gli Stati Uniti riusciranno a ridisegnare in modo efficace le proprie strategie di dominio. E soprattutto se la strenua difesa del dollaro come principale veicolo di scambio globale sarà ancora considerata una strategia da salvaguardare nell’era delle criptovalute, o se la moneta del futuro saranno invece le tecnologie stesse.
Resta aperta anche la questione di come regolarsi con un euro strutturalmente meno competitivo del dollaro e se la chiarissima ambizione americana di estendere la Dottrina Monroe in chiave continentale, dall’Artico all’Antartide, rappresenti solo una risposta prudente a un rischio sistemico globale.
Il dilemma “burro o cannoni”, posto da Reagan all’Unione Sovietica con il programma delle Guerre Stellari, provocò l’implosione di quell’Unione di Stati comunisti, oggi pienamente inseriti nel capitalismo. È dunque lecito chiedersi se lo stesso dilemma, ora al centro del dibattito a Bruxelles, possa diventare l’elemento di rottura capace di far collassare anche un’Unione Europea figlia di logiche da piano quinquennale. Decidere da che parte stare, o che parte avere, richiede fantasia e duttilità, per non farsi male.












