di Giuseppe Gagliano –
Nel cuore dell’Africa centrale, dove la polvere dell’ambizione si mescola al clangore della geopolitica, l’Unione Europea ha appena compiuto una mossa che potrebbe rimescolare le carte del panorama economico regionale. Con un investimento di 40 milioni di euro per modernizzare il corridoio commerciale Douala-N’Djamena, l’Ue abbandona il ruolo di donatore benevolo, quello che elargisce aiuti come elemosine a un continente in difficoltà. Ora si presenta come investitore, puntando sulle infrastrutture per sbloccare il potenziale di una rotta che collega la vivace città portuale di Douala, in Camerun, alla capitale ciadiana N’Djamena: un’arteria di 1.800 chilometri, vitale per il commercio in una regione senza sbocco sul mare, affamata di connessioni. Non si tratta di una semplice transazione finanziaria; è una dichiarazione d’intenti, un cambio di prospettiva su come l’Europa vede l’Africa: non più un caso umanitario, ma un partner in un gioco ad alta posta, dove la crescita è il premio.
Koen Doens, direttore generale per i Partenariati Internazionali della Commissione Europea, non ha usato mezze parole nel descrivere l’importanza di questo progetto. Ospite di Business Africa, ha sottolineato come il corridoio Douala-N’Djamena sia molto più di una rotta commerciale. È un ponte per l’integrazione regionale, un generatore di posti di lavoro, un baluardo di stabilità in un’area dove la fragilità politica e le tensioni etniche sono sempre in agguato. Inserito nell’iniziativa Global Gateway dell’UE, che promuove infrastrutture sostenibili in tutto il mondo, questo investimento è un tassello di una strategia più ampia: trasformare l’Africa in una destinazione per capitali strategici, non solo un beneficiario di aiuti. “L’Africa non è più solo un destinatario, ma un partner chiave,” ha dichiarato Doens, con il tono di chi sa che il futuro del continente si gioca anche su binari di cemento e acciaio.
Ma il corridoio Douala-N’Djamena non è un’isola. La mossa dell’Ue si inserisce in un contesto africano in fermento, dove gli equilibri economici e politici si intrecciano con le ambizioni globali. Prendiamo la Nigeria, ad esempio: il paese più popoloso del continente è in rotta di collisione con i giganti della tecnologia. La richiesta di 290 milioni di dollari a Facebook per presunte violazioni delle leggi sulla protezione dei dati e sulla concorrenza è un segnale forte. Abuja non si accontenta più di ospitare le Big Tech senza regole: vuole tasse eque, protezione dei dati e promozione di contenuti locali. La minaccia di Meta di ritirarsi dal mercato nigeriano, se concretizzata, potrebbe scuotere l’accesso digitale e il commercio online in un paese che è già un colosso economico africano. E non è un caso isolato: Uganda, Kenya e altre nazioni stanno seguendo la stessa strada, cercando di piegare i colossi tecnologici a regole che favoriscano i loro interessi.
Intanto, a migliaia di chilometri di distanza, in Togo un miliardo di franchi CFA (circa 1,6 milioni di dollari) è stato stanziato, in collaborazione con Ecobank, per una linea di credito destinata alle imprenditrici. È un passo verso la riduzione del divario finanziario di genere, stimato in 45 milioni di dollari per le PMI guidate da donne. Le imprenditrici togolesi, che da sempre lottano contro barriere strutturali per accedere al credito, hanno accolto la notizia con entusiasmo. Ma gli esperti avvertono: senza riforme più ampie e un maggiore coinvolgimento del settore privato, l’impatto rischia di rimanere limitato, come un cerotto su una ferita profonda.
Tornando al corridoio Douala-N’Djamena, il progetto dell’UE non è privo di ombre. Modernizzare una rotta commerciale significa affrontare sfide logistiche, politiche e persino ambientali. Il Camerun, con le sue tensioni interne nella regione anglofona, e il Ciad, ancora scosso dalla transizione politica dopo la morte di Idriss Déby nel 2021, non sono esattamente terreni stabili. Inoltre, l’UE deve fare i conti con la concorrenza di altre potenze: la Cina, con i suoi massicci investimenti in infrastrutture africane, e gli Stati Uniti, che con iniziative come Power Africa cercano di ritagliarsi uno spazio nel continente. E poi c’è la Russia, sempre pronta a sfruttare le crepe della governance locale per inserirsi nel gioco delle risorse.
In questo scacchiere, l’UE gioca una partita delicata. Da un lato, vuole dimostrare che il suo modello di investimento, basato su sostenibilità e trasparenza, è diverso da quello di altri attori globali. Dall’altro, deve convincere le popolazioni locali che i benefici di progetti come il corridoio Douala-N’Djamena non si limiteranno alle élite o alle casse di governi spesso accusati di corruzione. L’Africa centrale, con le sue ricchezze naturali e la sua posizione strategica, è un premio troppo grande per essere lasciato a mani altrui. Ma il successo del progetto dipenderà dalla capacità dell’UE di navigare tra le insidie di una regione dove ogni strada, ogni porto, ogni contratto è un campo di battaglia.
Mentre l’Europa scommette sul futuro dell’Africa, il messaggio è chiaro: il tempo degli aiuti a fondo perduto è finito. Il corridoio Douala-N’Djamena potrebbe diventare il simbolo di un nuovo patto tra i due continenti, uno in cui l’Africa non è più solo un mercato da sfruttare o un problema da risolvere, ma un alleato con cui costruire. Resta da vedere se questa visione si tradurrà in realtà o se, come spesso accade, le grandi promesse si perderanno nelle sabbie mobili della politica e degli interessi globali.












