di Giuseppe Gagliano –
Un mondo che corre più veloce dell’Europa
Dalla Conferenza di Monaco arriva un messaggio che suona come un richiamo all’ordine per l’Europa: il mondo si sta ristrutturando più rapidamente di quanto il continente riesca a rafforzarsi. Friedrich Merz fotografa un sistema internazionale dove la competizione tra grandi potenze non è più una previsione ma un dato. Se dopo la fine della Guerra fredda esisteva un momento unipolare dominato dagli Stati Uniti, quel tempo è ormai archiviato. La leadership americana, dice in sostanza il cancelliere, non è più indiscussa e nessuno, nemmeno Washington, può agire da solo.
Nella lettura tedesca, la Cina è il protagonista più coerente del nuovo equilibrio. Pechino avrebbe lavorato per anni con pazienza strategica per diventare un polo capace di stare sullo stesso piano degli Stati Uniti anche sul piano militare. Il punto non è solo la forza armata, ma la capacità di sfruttare le dipendenze economiche altrui e di piegare le regole dell’ordine internazionale ai propri interessi. È una visione che riconosce alla Cina una strategia di lungo periodo, mentre l’Europa appare ancora divisa tra principi e interessi.
Merz prende posizione nel dibattito sull’autonomia strategica europea. A suo giudizio, chi immagina un’Europa capace di sostituire il legame con gli Stati Uniti sottovaluta il valore della partnership transatlantica. La Nato non sarebbe solo una garanzia per gli europei ma anche un vantaggio competitivo per gli stessi americani. Il messaggio è duplice: agli europei ricorda che senza Washington la sicurezza del continente resta fragile; agli Stati Uniti segnala che l’alleanza conviene a entrambi.
L’annuncio di voler trasformare la Bundeswehr nel più forte esercito convenzionale d’Europa segna una svolta simbolica e politica. La Germania, storicamente prudente sul piano militare, riconosce che la potenza economica da sola non basta più. Anche il dialogo con la Francia sulla deterrenza nucleare europea va letto in questa chiave: non un’alternativa alla Nato, ma un’integrazione nella condivisione nucleare esistente. L’obiettivo dichiarato è evitare un’Europa a più livelli di sicurezza, dove alcuni Stati si sentono più protetti di altri.
Quando Merz ricorda che il prodotto interno dell’Unione Europea è quasi dieci volte quello russo ma che l’Europa non è dieci volte più forte, ammette una verità scomoda: la ricchezza non si traduce automaticamente in potenza militare. La guerra in Ucraina ha mostrato che volontà politica, industria della difesa e prontezza operativa contano quanto il peso economico. Finché Mosca riterrà di avere vantaggi nel proseguire il conflitto, la guerra continuerà. L’obiettivo occidentale, nella sua visione, è portare la Russia al punto in cui la prosecuzione non conviene più.
Sul fronte economico, il cancelliere tocca un nervo scoperto europeo: gli standard e le regole non devono diventare catene che riducono la competitività. Devono invece stimolare innovazione, investimenti e creatività. È una critica indiretta a un modello europeo percepito come iper-regolato, mentre Stati Uniti e Asia corrono su innovazione e industria. Anche il rifiuto di dazi e protezionismo indica la volontà di difendere il libero scambio come pilastro della prosperità tedesca.
Interessante l’apertura verso potenze medie e regionali come India, Brasile, Sudafrica, Turchia, Stati del Golfo, Canada e Giappone. Qui emerge la consapevolezza che il mondo non si divide più solo tra Occidente e rivali sistemici. Le catene di approvvigionamento, l’energia, le materie prime e i mercati del futuro passano sempre più dal Sud globale. Collaborare con questi attori diventa una necessità per non restare schiacciati tra Washington e Pechino.
Sui Balcani occidentali, Merz ammette il disagio per un processo di adesione lento e contraddittorio. Dire che quei Paesi appartengono all’Europa significa riconoscere che lasciarli in un limbo apre spazio ad altre influenze. L’“elefante nella stanza” è il veto politico di alcuni Stati membri: finché l’Unione resta divisa, l’allargamento resta ostaggio delle paure interne.
Quando il cancelliere richiama il passato tedesco e rifiuta un mondo dove la ragione è dettata dalla forza, parla alla memoria storica europea. Ma il paradosso è evidente: per evitare la legge del più forte, oggi l’Europa deve implementare anche la propria forza. È la contraddizione di fondo della fase attuale.
Il discorso di Monaco restituisce l’immagine di una Germania che spinge l’Europa verso un realismo strategico. Più difesa, più competitività, più alleanze, meno illusioni. Il mondo multipolare non aspetta i tempi lenti di Bruxelles. E il messaggio implicito è chiaro: se l’Europa non si organizza come potenza, resterà il terreno su cui le potenze altrui giocheranno la loro partita.












