di Giuseppe Gagliano –
Alla vigilia del voto del 15 gennaio l’Uganda entra nella fase più delicata: non la campagna, ma lo spoglio. Simon Byabakama, capo della commissione elettorale, dice di aver ricevuto minacce esplicite: non proclamare vincitore “quel candidato”, altrimenti “vedrai”. Lui replica con una formula semplice e insieme pericolosa: non è suo compito regalare voti, è la legge che decide. Ma il problema è che, in molte elezioni africane, la legge è un testo e lo Stato è una forza.
Il detonatore politico è un video circolato sui social in cui un assistente del presidente Yoweri Museveni, Yiga Kisakyamukama, sostiene senza giri di parole che l’opposizione non potrà mai vincere: Bobi Wine non sarà proclamato presidente nemmeno in caso di vittoria. È un messaggio che pesa più delle minacce private, perché parla al Paese e soprattutto parla ai funzionari: la linea è tracciata.
Museveni, 81 anni, al potere da quasi quattro decadi, cerca il settimo mandato. Il principale sfidante è Robert Kyagulanyi, detto Bobi Wine, 43 anni, ex cantante pop diventato il volto dell’opposizione urbana e giovanile. Non è una novità: nel 2021 arrivò secondo e denunciò una “farsa” con violenze e morti. Oggi il bacino elettorale è enorme: oltre 21 milioni di registrati. Numeri che, se non gestiti con trasparenza, diventano benzina.
Byabakama richiama la norma: presidente è chi supera il 50 per cento più uno dei voti validi e promette risultati entro 48 ore dalla chiusura dei seggi. È un dettaglio tecnico solo in apparenza: più si allunga l’attesa, più cresce lo spazio per sospetti, pressioni, trattative e piazza.
Il quadro della campagna è quello classico delle competizioni sbilanciate: comizi dell’opposizione ostacolati, attivisti arrestati, raduni dispersi. A questo si somma una massiccia presenza militare. La commissione sostiene che serva a garantire ordine, ma l’opposizione teme intimidazione, soprattutto per alcuni seggi collocati in strutture militari. Qui la sostanza è semplice: quando vai a votare passando davanti a un cancello presidiato, il voto resta “segreto” solo sulla carta.
Dal punto di vista strategico-militare interno, il dispiegamento serve a due funzioni: controllo del territorio e controllo della percezione. Le forze di sicurezza, però, non sono un interruttore. Se la contestazione esplode, l’uso della forza può contenere l’immediato e aprire una crisi lunga: arresti, scontri nei quartieri popolari, blocchi stradali, e soprattutto una catena di comando messa sotto stress dalle pressioni politiche.
Il 13 gennaio arriva la mossa più rivelatrice: blocco dell’accesso a internet e limitazioni alla telefonia mobile, ufficialmente contro disinformazione e frodi. L’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani lo definisce “profondamente preoccupante”. La rete si spegne alle 18 e la durata è indefinita: non è prevenzione, è controllo.
Non basta: Kampala ha vietato anche l’importazione di ricevitori satellitari come quelli di Starlink, proprio per impedire vie di fuga tecnologiche. È un concetto chiaro di sovranità digitale: lo Stato non vuole soltanto gestire la sicurezza, vuole governare la circolazione delle prove. Perché oggi la legittimità non si misura solo nei seggi, ma nei video, nei conteggi paralleli, nei flussi di informazioni in tempo reale.
Spegnere internet non blocca solo i social. Colpisce l’economia quotidiana: pagamenti digitali, commercio, trasporti, logistica, servizi. In Paesi dove il mobile money è spesso più importante delle banche, limitare la rete significa rallentare consumi e attività, creare incertezza e alzare i costi. Il messaggio agli investitori è ancora più duro: se la rete può essere chiusa per la politica, può esserlo anche per una crisi futura. E l’incertezza è una tassa invisibile che paga tutto il sistema.
La denuncia dell’ONU e il richiamo allo “scenario tanzaniano” non sono dettagli: sono segnali di come l’Uganda venga osservata. Un’elezione contestata non resta domestica: incide su rapporti con partner occidentali, sulla cooperazione in materia di sicurezza, sugli aiuti e sulle relazioni economiche. Ma incide anche sul piano regionale: se il modello che passa è “si vota, ma decide l’apparato”, la stabilità diventa apparente e la conflittualità si sposta nel sottosuolo, pronta a riemergere.
In geoeconomia, la partita è controllo e accesso: controllo dell’informazione interna e accesso ai canali esterni. Vietare strumenti satellitari significa scegliere un’economia più chiusa, meno trasparente, più dipendente dalla volontà politica. E a lungo andare, questo riduce competitività e fiducia, proprio mentre la popolazione giovane chiede opportunità, non solo ordine.
Il punto finale è crudo: non sono le minacce a Byabakama, in sé, a fare notizia. È ciò che rivelano. Se l’arbitro deve giurare di non avere paura per fare il suo lavoro, vuol dire che la partita non si gioca solo tra candidati. Si gioca tra regole e potere. E il vero risultato, in Uganda, potrebbe essere deciso prima ancora di essere contato.












