di Giuseppe Gagliano –

Il governo ungherese guidato da Peter Magyar ha ordinato una revisione completa del progetto nucleare Paks II, affidato nel 2014 alla società statale russa Rosatom, mentre il caldo estremo e la siccità hanno ridotto la portata del Danubio mettendo in difficoltà la produzione nucleare della regione.

La centrale di Paks, che normalmente garantisce circa un terzo dell’elettricità ungherese, ha ridotto il proprio contributo a poco più del 10%. Problemi analoghi hanno interessato la Romania, costretta a fermare anche l’ultimo reattore operativo di Cernavoda per l’insufficiente disponibilità di acqua destinata al raffreddamento e ad acquistare elettricità dall’Ucraina attraverso la società moldava Energocom.

La situazione ha riportato al centro del dibattito Paks II, progetto voluto dal precedente governo di Viktor Orbán e basato sulla costruzione di due nuovi reattori con un finanziamento russo fino a 10 miliardi di euro. Magyar contesta ritardi e costi dell’opera, che secondo il programma originario avrebbe dovuto essere operativa entro il 2024. Budapest avrebbe già investito circa mille miliardi di fiorini, equivalenti a 2,8 miliardi di euro.

Rosatom sostiene che la preparazione del calcestruzzo per l’Unità 5 sia completata per oltre l’80%, che i lavori dell’Unità 6 stiano avanzando e che alcuni componenti siano già in produzione. Il governo ungherese ritiene invece necessario verificare la sostenibilità economica e tecnica dell’intero progetto.

Uno dei principali problemi riguarda il sistema di raffreddamento. La dipendenza diretta dalla portata del Danubio può obbligare una centrale a ridurre la produzione durante periodi di siccità e temperature elevate, proprio quando cresce la domanda di elettricità. Magyar ha quindi sollevato la questione dell’assenza di un sistema a circuito chiuso, la cui eventuale introduzione comporterebbe però nuovi investimenti, autorizzazioni e ulteriori ritardi.

Budapest dovrà decidere se proseguire con il progetto esistente, rinegoziarlo introducendo modifiche tecniche oppure ridimensionarlo a favore di fonti rinnovabili, sistemi di accumulo e maggiori collegamenti con le reti europee. Una cancellazione potrebbe comportare penali e contenziosi con Mosca, mentre il completamento dell’opera manterrebbe l’Ungheria legata per decenni alla tecnologia, all’assistenza e potenzialmente alle forniture russe.

Paks II rappresenta infatti anche una questione geopolitica. Il progetto è stato uno dei principali simboli dei rapporti privilegiati costruiti da Orbán con Mosca e la sua revisione potrebbe segnare un riavvicinamento dell’Ungheria alla linea prevalente nell’Unione Europea. Bruxelles potrebbe favorire una ristrutturazione basata su maggiore diversificazione tecnologica e adattamento alle nuove condizioni climatiche.

Per la Russia, al contrario, la perdita o il ridimensionamento del progetto significherebbe rinunciare a un importante strumento di presenza economica e strategica nell’Europa centrale. Mosca potrebbe quindi chiedere compensazioni o utilizzare i rapporti energetici ancora esistenti con Budapest come leva negoziale.

La decisione su Paks II supera così la dimensione industriale. Per il governo Magyar si tratta di stabilire quanto del futuro energetico ungherese possa dipendere contemporaneamente dal Danubio, dalla tecnologia russa e dai finanziamenti di Mosca, in un momento in cui cambiamento climatico e tensioni geopolitiche stanno modificando gli equilibri energetici dell’Europa centrale.