Ungheria. Il nuovo asse anti-Ucraina: la scommessa di Orban in un’Europa divisa

di Giuseppe Gagliano –

L’Ungheria di Viktor Orban sta cercando di ricostruire una versione ridotta e ideologicamente più compatta della vecchia alleanza di Visegrad, questa volta senza la Polonia. Il direttore politico del primo ministro ha confermato l’intenzione di formare un blocco “scettico verso l’Ucraina” insieme ad Andrej Babis in Repubblica Ceca e Robert Fico in Slovacchia, due leader populisti che, come Orbán, invocano il dialogo con Mosca piuttosto che la pressione economica e militare. L’obiettivo è duplice: recuperare margini di influenza a Bruxelles e rafforzare la capacità di bloccare o condizionare le decisioni europee sul sostegno a Kiev.
Se riuscisse, l’alleanza consentirebbe a Budapest di costituire una minoranza di veto all’interno del Consiglio europeo, ostacolando nuovi pacchetti di aiuti finanziari e militari. Parallelamente, Orbán punta a estendere la sua rete nel Parlamento europeo attraverso il partito Fidesz, oggi parte del gruppo sovranista “Patriots for Europe”. Il suo stratega Balazs Orban ha evocato la possibilità di cooperare con i Conservatori e Riformisti europei e con altre forze nazionaliste, per erodere la maggioranza centrista che sostiene la presidente della Commissione Ursula von der Leyen.
Questa manovra rientra in un più ampio processo di riallineamento politico nell’Europa centro-orientale. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca) nacque per opporsi alle quote migratorie dell’Ue, ma l’invasione russa dell’Ucraina ne ha provocato la frattura. La Polonia, oggi governata da Donald Tusk, ha assunto una linea nettamente anti-russa, lasciando Budapest isolata. Fico e Babis, invece, condividono la visione “dialogante” di Orban e criticano l’eccesso di sanzioni, ma entrambi devono muoversi con cautela: Fico non vuole formalizzare un’alleanza e Babis non ha ancora formato un governo stabile.
Sul piano interno, Orban si prepara a una competizione elettorale più difficile del previsto. Dopo quindici anni al potere, il suo partito Fidesz è per la prima volta in svantaggio nei sondaggi rispetto alla nuova formazione di opposizione guidata da Peter Magyar. Da qui il ritorno alla retorica della “fortezza assediata”: Bruxelles, accusata di trattenere i fondi europei e di “sostenere l’opposizione”, diventa il nemico esterno da cui difendere la sovranità nazionale.
Ma dietro questa narrativa c’è un calcolo geopolitico preciso. Orbán punta sull’affaticamento dell’Europa verso la guerra in Ucraina: crede che la stanchezza economica e politica porterà diversi governi a preferire il compromesso con Mosca. La nascita di un nuovo “asse di Visegrad a tre”, cioè Budapest, Bratislava e Praga, potrebbe allora cambiare gli equilibri interni dell’Unione, indebolendo il fronte pro-Kiev e aprendo la strada a una linea più “realista”, basata su interessi nazionali e dialogo selettivo con la Russia.
Tuttavia questa strategia comporta un rischio evidente: accentuare la frattura politica dentro l’Europa proprio mentre il continente avrebbe bisogno di coesione. L’iniziativa di Orbán, più che un progetto di cooperazione regionale, appare come una mossa di resistenza politica, il tentativo di un leader sotto pressione di ridefinire l’asse del potere europeo a immagine e somiglianza del proprio sovranismo.