Ungheria. Shell e il gas russo: la difficile transizione energetica europea

di Giuseppe Gagliano

L’accordo decennale firmato da Budapest con Shell per la fornitura di 2 miliardi di metri cubi di gas a partire dal 2026 è un passo simbolico verso la diversificazione energetica, ma non segna una rottura con Mosca. L’Ungheria resta vincolata al contratto di lungo periodo con Gazprom (4,5 miliardi di metri cubi annui fino al 2036), integrato da acquisti extra dal 2022. Peter Szijjarto ha ribadito che la transizione imposta da Bruxelles resta un “rischio per la sicurezza energetica”, denunciando l’assenza di infrastrutture sufficienti per accedere ad altri mercati.
L’Unione Europea punta a eliminare le importazioni di combustibili fossili russi entro il 2027-2028. Per Budapest questo obiettivo è problematico: il Paese è geograficamente vincolato e dipende dal gas russo per la propria base industriale. Senza adeguati meccanismi di compensazione, il costo della diversificazione rischia di ricadere interamente sulle economie più fragili dell’Europa centrale. Non sorprende quindi la reticenza ungherese di fronte ai piani di embargo totale, soprattutto quando alcuni partner continuano ad acquistare greggio russo per vie indirette.
Il governo di Viktor Orbán punta sul nucleare come soluzione strutturale: due nuovi reattori, se completati entro il prossimo decennio, potrebbero coprire fino al 70% del fabbisogno elettrico e dimezzare le importazioni di gas. Ma si tratta di un progetto di lungo periodo, con rischi di ritardi e costi crescenti. Nel frattempo, l’Ungheria resta esposta alle oscillazioni dei prezzi energetici e alle pressioni geopolitiche.
Mentre l’Ungheria cerca di aprirsi all’Occidente, la Russia consolida la sua partnership orientale. Pechino ha annunciato che aprirà il proprio mercato obbligazionario alle grandi compagnie energetiche russe per la prima volta dal 2017. L’emissione dei “panda bond” in yuan consentirebbe a Gazprom, Rosatom e altre aziende di accedere a capitali vitali, aggirando il blocco dei mercati occidentali. Il rating AAA assegnato a Gazprom dall’agenzia cinese CSCI Pengyuan è un segnale politico: la Cina scommette sulla resilienza del colosso energetico russo, malgrado le perdite di mercato in Europa (da 180 a meno di 50 miliardi di metri cubi venduti all’anno).
Durante la visita di Vladimir Putin a Pechino, Gazprom ha annunciato un memorandum per il gasdotto Power of Siberia 2, che collegherebbe la Siberia occidentale alla Cina. Anche se la parte cinese non ha confermato formalmente l’accordo, il progetto rafforza la prospettiva di un’Asia sempre più centrale nella strategia energetica russa. In un quadro di progressiva decarbonizzazione europea, Mosca accelera il pivot verso Oriente, con il rischio di consolidare la dipendenza di Budapest e di altri Paesi UE che restano legati alle forniture russe.
L’Europa si trova a un bivio: diversificazione e transizione ecologica da un lato, sicurezza energetica dall’altro. L’Ungheria funge da cartina di tornasole: se Bruxelles non sarà in grado di creare interconnessioni e meccanismi di solidarietà, i Paesi più esposti potrebbero rallentare il processo, lasciando margini di manovra a Mosca. Sullo sfondo, l’apertura del mercato cinese ai bond russi crea un’inedita triangolazione che unisce interessi finanziari e geopolitici: Pechino finanzia Mosca, Mosca rifornisce di energia chi è disposto a sfidare le sanzioni, e l’Europa rischia di pagare il prezzo di una transizione troppo rapida.