Usa. Donald Trump, i mercati finanziari e i sospetti di “insider trading”

di Giuseppe Lai

È ormai indiscutibile il nesso tra le tante dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump e le dinamiche dei mercati finanziari. La cronaca recente, con l’annuncio del cessate il fuoco di due settimane tra Teheran e Washington, ne ha dato oggettiva dimostrazione. La sola ipotesi di riapertura dello Stretto di Hormuz ha riportato il prezzo del petrolio sotto i 100 dollari, dopo una lunga fase di aumenti, mentre il mercato azionario europeo e asiatico ha accolto positivamente la notizia, facendo registrare un deciso rialzo. Degni di nota i titoli azionari giapponesi, che, grazie all’attenuarsi dei timori di un rallentamento economico, hanno incorporato il clima di ottimismo facendo schizzare i listini. In particolare, le società legate ai semiconduttori e al settore dell’intelligenza artificiale, ad elevato fabbisogno energetico, hanno mostrato le migliori performance.
L’impatto sui mercati finanziari di annunci o discorsi pronunciati da autorità pubbliche non è sempre riconducibile ad attività speculative di investitori privati, come nei casi precedenti. In diverse circostanze, infatti, gli effetti sui mercati delle dichiarazioni di un’autorità rispondono a precise finalità di interesse pubblico. Emblematica sotto tale aspetto la celebre frase “whatever it takes”, pronunciata nel 2012 dall’allora presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Il suo significato, “costi quel che costi”, sottolineava che la Banca Centrale avrebbe fatto il possibile per contenere la crisi dei debiti sovrani, retaggio del crack finanziario del 2008.
Il messaggio aveva lo scopo primario di rassicurare i mercati sulla tenuta dell’euro, evitando che le difficoltà finanziarie di alcuni Paesi dell’eurozona si estendessero all’intera unione monetaria. Paesi come Spagna e Italia, con debiti sovrani elevati e alti tassi di interesse sui titoli pubblici, preoccupavano gli investitori, in quanto ritenuti a rischio default, sulla scia di quanto già accaduto alla Grecia. I loro livelli di spread (differenziale di rendimento tra titoli di Stato di un Paese e titoli tedeschi) erano indicatori di rischio di insolvenza; in altri termini, gli investitori percepivano che tali Paesi non fossero in grado di restituire le somme a scadenza dopo l’eventuale sottoscrizione dei titoli di debito. Pertanto, questi titoli non venivano acquistati, riducendo in tal modo l’afflusso di liquidità ai Paesi indebitati e aggravandone la situazione.
La sfiducia dei mercati sui titoli di Stato denominati in euro e la preferenza degli investitori per altre valute, come il dollaro, poteva innescare la crisi della moneta comune. Per far fronte alla situazione, la Banca Centrale Europea ricorse a un annuncio che si rivelò provvidenziale: comunicava un piano di acquisto di titoli pubblici dei Paesi che ne avessero fatto richiesta e che si impegnavano all’osservanza di precisi standard di risanamento del debito. Il solo annuncio fu sufficiente a stabilizzare i mercati, riducendo drasticamente lo spread e le manovre speculative sui debiti sovrani.
Il messaggio della BCE, guidata da Mario Draghi, è stato un esempio virtuoso di approccio al mercato finalizzato a un interesse pubblico. Non sempre, tuttavia, annunci e dichiarazioni più o meno ufficiali sottendono un interesse collettivo e il rispetto delle regole di trasparenza di fronte ai mercati. È il caso di alcune dichiarazioni fatte da Donald Trump, che avrebbero avvantaggiato alcuni operatori finanziari vicini alla sua amministrazione.
Occorre tornare indietro al 23 marzo scorso, quando Donald Trump annunciava in un post sul suo social Truth l’accordo di 15 punti con l’Iran, tra cui il rinvio dell’intervento militare e la rapida riapertura dello Stretto di Hormuz. La notizia era stata smentita dall’Iran e bollata come ennesima fake news del Presidente, finalizzata unicamente a manipolare i mercati finanziari e a nascondere la realtà di fatto: lo stallo delle trattative. Dopo l’annuncio di Trump, il prezzo del petrolio è calato del 10% e il mercato azionario ha registrato un rialzo dei listini, consentendo agli operatori che avevano scommesso in tal senso di portare a casa profitti considerevoli.
Fin qui niente di strano, ma solo in apparenza. Infatti, secondo il Financial Times, qualche minuto prima dell’annuncio pubblico di Trump, alcuni operatori di borsa hanno scommesso in maniera sorprendentemente precisa sullo scenario che si sarebbe manifestato pochi minuti dopo: aumento dei valori azionari e calo del prezzo del greggio. Gli indicatori di tali scommesse sono stati i movimenti dei contratti futures, strumenti finanziari che definiscono oggi il prezzo a cui una materia prima verrà scambiata in futuro. Semplificando un po’ le dinamiche, è verosimile che ci sia stata una vendita di contratti futures sul petrolio, scommettendo quindi su un calo della quotazione, e un acquisto di futures sulle azioni, che al contrario scommette su un rialzo dei listini. Movimenti perfettamente allineati con una notizia che non era ancora pubblica e che hanno generato profitti enormi in un tempo ridotto.
Da qui il sospetto che alcuni operatori finanziari che gravitano attorno all’Amministrazione Trump fossero a conoscenza di informazioni riservate, ossia dell’annuncio imminente del Presidente prima ancora che fosse noto ufficialmente. Tale asimmetria informativa configura un reato, l’“insider trading”, previsto dalle norme vigenti per tutelare la fiducia degli investitori nella trasparenza dei mercati finanziari, dove la regola è la condivisione delle informazioni e non l’accesso privilegiato. Infatti, solo in presenza di informazioni pubblicamente disponibili, profitti (e perdite) di un investimento si correlano almeno in parte alla capacità degli operatori di interpretare i dati e di anticipare le dinamiche economiche.
Ma questa non è evidentemente una regola ferrea seguita dal presidente Trump, che anche in un altro contesto ha alimentato non pochi sospetti di manovre speculative. È il caso del “Liberation Day”, l’annuncio dell’imposizione di dazi record a più di 50 Paesi, pronunciato la scorsa primavera. Alcuni giorni dopo il discorso, che aveva fatto sprofondare le borse, il Presidente aveva scritto sul suo social che era il momento di comprare e aveva poi messo in pausa i dazi, innescando nei mercati un rialzo dei valori azionari.
Nei due casi citati, è bene sottolineare, non esistono prove certe e parlare di fuga di informazioni riservate resta un’ipotesi teorica. Tuttavia, non è così semplice accantonare i sospetti di speculazioni poco ortodosse imputabili alla gestione Trump. Al di là dei casi descritti, è sufficiente ricordare il background affaristico del presidente statunitense, focalizzato sullo sviluppo immobiliare ad alto rischio, diverse bancarotte aziendali e un approccio opaco alla finanza, per non dissipare i dubbi su possibili scorrettezze in campo finanziario.