Usa. Economia tra dichiarazioni e realtà: i numeri che smentiscono Trump

di Shorsh Surme –

Il presidente Donald Trump sostiene che gli Stati Uniti abbiano “la migliore economia che abbiamo mai conosciuto”. Tuttavia, la maggior parte degli indicatori economici da lui citati non conferma questa affermazione. Anzi, un’analisi attenta dei dati racconta una storia molto diversa, una storia che il presidente preferirebbe non venisse messa in luce.
Il punto di partenza è l’ultimo rapporto sull’occupazione, che registra una perdita di 92.000 posti di lavoro nell’economia statunitense nel mese di febbraio. Non si tratta di un episodio isolato: secondo il Bureau of Labor Statistics, l’economia ha perso posti di lavoro in sei degli ultimi quattordici mesi. Già lo scorso giugno, quando il rapporto mensile segnalò un calo di 20.000 posti, Trump reagì con irritazione e licenziò la commissaria del Bureau, Erika McIntarfer. Resta ora da capire chi sarà il prossimo a pagare il prezzo di questi dati.
Passando al settore manifatturiero, nel settembre 2024 Trump dichiarò con sicurezza: “Assisteremo a un boom del settore manifatturiero”. La realtà è che, durante il suo primo anno di mandato, gli Stati Uniti hanno perso oltre 100.000 posti di lavoro in questo comparto.
È vero che il declino dell’occupazione manifatturiera era iniziato prima del suo ritorno alla Casa Bianca e che diversi fattori hanno contribuito a questa tendenza. Tuttavia, il presidente ha più volte sostenuto che le sue politiche, in particolare l’espansione dei dazi doganali, avrebbero invertito la rotta. Finora, ciò non è avvenuto.
Un altro elemento chiave è l’inflazione. Nel discorso sullo Stato dell’Unione, Trump ha affermato: “In soli 12 mesi, abbiamo portato l’inflazione di base al livello più basso degli ultimi cinque anni. E negli ultimi tre mesi del 2025 era all’1,7%”.
Definire questa affermazione “fuorviante” è forse riduttivo. Numerosi economisti e giornalisti hanno dichiarato di non comprendere come il presidente sia arrivato a quel dato. La spiegazione, però, sembra piuttosto semplice e sorprendente.
L’inflazione di base era al 2,6% a novembre e dicembre dello scorso anno e al 2,5% a gennaio, in calo rispetto al 3,3% di gennaio 2025. Trump ha citato la media degli ultimi tre mesi del 2025 includendo ottobre. Tuttavia, il Bureau of Labor Statistics non ha pubblicato i dati di ottobre a causa dello shutdown governativo. Sembra quindi che gli analisti del presidente abbiano sommato i dati di novembre e dicembre, pari a 5,2, e poi diviso per tre mesi anziché due, oppure abbiano considerato ottobre come zero, ottenendo così una media dell’1,7%.
Trump avrebbe potuto utilizzare il dato di settembre, pari al 3%, per colmare il vuoto di ottobre, oppure citare il 2,5% di gennaio, l’ultimo disponibile prima del discorso. Entrambe le opzioni avrebbero fornito un quadro più accurato. Il presidente ha invece scelto la strada meno solida.
La terza questione riguarda il deficit di bilancio federale, cioè la differenza tra spese ed entrate annuali. In un editoriale pubblicato sul The Wall Street Journal lo scorso gennaio, Trump ha scritto: “Grazie ai dazi doganali, abbiamo ridotto il deficit federale di un impressionante 27% in un anno”.
Analizzando i numeri, emergono incongruenze evidenti. Secondo il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, il deficit federale previsto per il 2025 era di circa 1.780 miliardi di dollari. Per risultare inferiore del 27% rispetto al deficit del 2024 sotto l’amministrazione Biden, quest’ultimo avrebbe dovuto raggiungere i 2.400 miliardi. I dati ufficiali mostrano invece che si è fermato a 1.830 miliardi. Il deficit del 2023 era di 1.700 miliardi e quello del 2022 di 1.380 miliardi, entrambi inferiori alla cifra prevista da Trump per il 2025.
Infine, il deficit commerciale, un indicatore che molti economisti considerano secondario ma che per Trump è sempre stato centrale.
Nello stesso articolo, il presidente ha dichiarato: “Abbiamo ridotto il nostro deficit commerciale mensile di un incredibile 77%, e tutto questo praticamente senza inflazione”. Chiarita l’infondatezza dell’affermazione sull’inflazione, resta da verificare quella sul deficit commerciale.
Sembra che Trump abbia semplicemente confrontato il deficit mensile più alto del 2025, pari a 136 miliardi di dollari a marzo, con quello più basso, pari a 29 miliardi a ottobre. Tuttavia, il picco di marzo è stato causato dall’accumulo di importazioni da parte delle aziende statunitensi in vista dell’annuncio delle “tariffe reciproche” previsto per aprile. Il crollo di ottobre, invece, potrebbe essere stato influenzato dallo shutdown governativo.
In altre parole, sono stati messi a confronto due valori eccezionali, il più alto e il più basso dell’anno, entrambi atipici.
In realtà, il deficit commerciale è risalito a 53 miliardi di dollari a novembre e a 70 miliardi a dicembre, l’ultimo dato disponibile, quasi il doppio rispetto a due mesi prima. Un andamento che suggerisce una tendenza al rialzo che il presidente preferisce non evidenziare.
La fiducia del pubblico nei dati diffusi dal presidente e dal suo team economico è fondamentale. Purtroppo, nel caso di Trump, questa fiducia risulta spesso difficile da concedere.