di Giuseppe Gagliano –

I vertici delle Forze armate statunitensi avrebbero consegnato il 14 agosto al segretario alla Difesa Pete Hegseth un documento riservato nel quale vengono evidenziati i rischi derivanti dal prolungamento delle operazioni contro l’Iran. L’elemento centrale non sarebbe la capacità degli Stati Uniti di continuare a combattere, ma il crescente assorbimento di uomini, navi, aerei, sistemi di difesa e munizioni necessari anche negli altri teatri strategici.

Secondo le informazioni disponibili, alla valutazione avrebbero contribuito i responsabili dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica insieme a comandanti impegnati nelle principali aree operative. Il Medio Oriente richiede infatti risorse che non possono contemporaneamente essere utilizzate in Europa o nell’Indo-Pacifico.

Particolarmente delicata sarebbe la situazione della Marina. Soltanto una parte dei cacciatorpediniere sarebbe immediatamente disponibile per nuovi impieghi. Questo non significa che le altre unità siano inutilizzabili, ma che risultano già schierate, impegnate nell’addestramento, sottoposte a manutenzione o comunque non disponibili con breve preavviso.

La differenza è essenziale perché la consistenza complessiva di una flotta non coincide con il numero delle unità che possono essere impiegate contemporaneamente. Prolungare un’operazione navale richiede inoltre rotazioni degli equipaggi, manutenzione e disponibilità di munizioni.

È proprio sul logoramento che l’Iran può cercare di compensare la propria inferiorità convenzionale. Teheran non dispone delle capacità globali degli Stati Uniti, ma può aumentare progressivamente il costo necessario a Washington per mantenere la propria presenza militare nella regione.

Missili e velivoli senza pilota relativamente economici possono obbligare le difese americane a utilizzare intercettori molto più costosi. Una minaccia contro il traffico commerciale può richiedere l’impiego di navi e aerei da ricognizione, mentre la presenza o anche il rischio di mine nello Stretto di Hormuz può imporre operazioni di sorveglianza e bonifica con conseguenze economiche molto superiori al costo degli ordigni.

La strategia iraniana non richiede quindi necessariamente di sconfiggere militarmente gli Stati Uniti. È sufficiente prolungare il confronto, moltiplicare gli obiettivi che Washington deve proteggere e aumentare il consumo delle risorse necessarie a garantire la sicurezza delle basi, degli alleati e delle rotte marittime.

Il problema assume una dimensione globale perché gli Stati Uniti devono contemporaneamente mantenere la deterrenza nei confronti di Russia e Cina. Una nave destinata al Golfo Persico non può essere impiegata nello stesso momento nell’Indo-Pacifico, così come un sistema di difesa aerea trasferito in Medio Oriente non è disponibile per altri schieramenti.

La stessa considerazione riguarda gli intercettori. Le operazioni contro missili e velivoli senza pilota consumano munizioni che devono successivamente essere ricostituite attraverso processi industriali molto più lenti rispetto ai ritmi delle operazioni militari.

Russia e Cina possono quindi ottenere indirettamente un vantaggio dalla concentrazione americana sul Medio Oriente. Mosca osserva la disponibilità di risorse statunitensi per il teatro europeo, mentre Pechino può valutare rotazioni navali, consumo delle munizioni e capacità di Washington di mantenere contemporaneamente una presenza elevata nel Pacifico.

Questo non implica necessariamente che i due Paesi intendano approfittarne attraverso un’azione militare. La semplice riduzione delle riserve immediatamente disponibili può però incidere sulla capacità di deterrenza statunitense e sulla percezione degli avversari.

Alla pressione militare si aggiunge quella economica. Lo Stretto di Hormuz rimane una delle arterie fondamentali del commercio energetico mondiale e qualsiasi limitazione alla navigazione può determinare conseguenze sui prezzi del petrolio, sul costo dei trasporti e sulle assicurazioni marittime.

L’Iran dispone quindi di una leva che gli consente di trasferire parte dei costi del conflitto sull’economia internazionale. Un aumento prolungato dei prezzi energetici avrebbe conseguenze per l’Europa e l’Asia, ma anche per consumatori e imprese statunitensi.

Le sanzioni economiche rappresentano un ulteriore strumento a disposizione di Washington, ma la loro efficacia dipende anche dalla capacità di limitare i rapporti commerciali iraniani con Cina e altri partner. La pressione finanziaria può danneggiare profondamente l’economia iraniana senza necessariamente determinare una rapida capitolazione politica.

L’amministrazione Trump si trova così davanti a scelte difficili. Un’intensificazione delle operazioni aumenterebbe il consumo di risorse e il rischio di un allargamento regionale del conflitto. Il mantenimento dell’attuale livello militare prolungherebbe il logoramento, mentre una riduzione delle operazioni accompagnata da un negoziato richiederebbe una ridefinizione degli obiettivi politici.

L’allarme attribuito ai vertici militari non indica quindi una sconfitta degli Stati Uniti. Evidenzia piuttosto il problema della sostenibilità di una strategia che richiede di mantenere contemporaneamente capacità elevate in Medio Oriente, Europa e Indo-Pacifico.

Gli Stati Uniti conservano una superiorità militare e tecnologica considerevole, ma anche una potenza globale deve stabilire priorità tra risorse che non sono illimitate. Il confronto con l’Iran mostra così che il problema fondamentale non riguarda soltanto la quantità di forze disponibili, ma la capacità di trasformare la superiorità militare in risultati politici senza compromettere la deterrenza negli altri teatri strategici.