di Giuseppe Gagliano –
Il Pentagono sta riesaminando la dottrina nucleare degli Stati Uniti valutando un maggiore ricorso alle armi atomiche tattiche, con l’obiettivo di offrire al presidente opzioni di risposta intermedie nel caso Russia o Cina impiegassero un ordigno nucleare durante un conflitto regionale. Le proposte sono ancora allo studio e non costituiscono una politica ufficiale, ma puntano a rafforzare la deterrenza evitando che Washington debba scegliere tra la mancata rappresaglia e l’impiego delle proprie forze nucleari strategiche.
L’obiettivo sarebbe dimostrare a Mosca e Pechino che anche un impiego limitato dell’arma atomica provocherebbe una risposta americana. La strategia presenta tuttavia una contraddizione: aumentare le possibilità di utilizzo può rendere la deterrenza più credibile, ma rischia contemporaneamente di abbassare la soglia politica e psicologica che separa la guerra convenzionale da quella nucleare.
L’ipotesi di una guerra atomica circoscritta era stata studiata già durante la Guerra fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica elaborarono scenari nei quali ordigni di minore potenza avrebbero dovuto fermare un’offensiva senza provocare uno scambio strategico generale. Il problema, mai risolto, riguarda però la possibilità di controllare l’escalation dopo il primo impiego.
Un’arma nucleare definita tattica per potenza o raggio conserva infatti conseguenze strategiche. Il Paese colpito potrebbe non essere in grado di stabilire immediatamente se l’esplosione costituisca un episodio isolato oppure l’inizio di una campagna più vasta. Le decisioni dovrebbero essere prese rapidamente, mentre comunicazioni, sistemi di allarme e strutture di comando potrebbero essere compromessi.
Nel caso della Russia, un attacco nucleare vicino al territorio nazionale potrebbe essere interpretato come il preludio di un’operazione contro le forze strategiche. Per la Cina, la vicinanza tra alcune infrastrutture convenzionali e nucleari aumenta il rischio che un bombardamento venga considerato un tentativo di neutralizzare anche la capacità atomica del Paese. L’escalation dipenderebbe quindi non soltanto dalle intenzioni americane, ma dall’interpretazione dell’avversario.
La revisione della dottrina statunitense risponde anche al cambiamento degli equilibri internazionali. Washington deve confrontarsi contemporaneamente con la Russia, dotata di un vasto arsenale nucleare, e con la Cina, impegnata nell’espansione delle proprie capacità. Mantenere una deterrenza credibile contro entrambe richiede nuovi sottomarini, bombardieri, missili intercontinentali, testate, satelliti e sistemi di comando, con investimenti destinati a protrarsi per decenni.
Le armi tattiche potrebbero apparire come uno strumento più flessibile, ma non sostituirebbero la triade nucleare strategica. Si aggiungerebbero ad essa, richiedendo vettori, depositi protetti, manutenzione, addestramento e specifiche procedure di comando, aumentando ulteriormente costi e complessità.
La crescente attenzione americana verso l’Indo Pacifico alimenta inoltre preoccupazioni all’interno della NATO. Un trasferimento di uomini e sistemi verso il Pacifico potrebbe ridurre la presenza convenzionale statunitense in Europa mentre la Russia mantiene importanti capacità nucleari e missilistiche. Da qui l’interesse manifestato da Polonia e Paesi baltici verso un maggiore coinvolgimento nella deterrenza americana.
L’eventuale avvicinamento di ordigni nucleari alle frontiere russe avrebbe però conseguenze anche sul piano della sicurezza, rendendo le basi che li ospitano possibili obiettivi prioritari. Parallelamente è cresciuta l’attenzione sulla deterrenza francese, l’unica rimasta all’interno dell’Unione europea, anche se l’arsenale di Parigi è stato concepito per proteggere gli interessi vitali francesi e non per sostituire completamente la garanzia nucleare statunitense.
A rendere il quadro più instabile contribuisce l’indebolimento dei meccanismi di controllo degli armamenti tra Stati Uniti e Russia. La riduzione di limiti verificabili, ispezioni e scambi di informazioni aumenta l’incertezza e spinge ciascuna potenza a pianificare sulla base delle capacità peggiori attribuite all’avversario. Un aumento delle opzioni nucleari regionali americane potrebbe quindi provocare il rafforzamento delle capacità tattiche russe e un’ulteriore accelerazione dell’espansione dell’arsenale cinese.
La strategia sostenuta da Elbridge Colby punta a impedire che Russia o Cina possano utilizzare un’arma nucleare confidando nella riluttanza americana a rispondere con un attacco strategico. Disporre di una rappresaglia proporzionata potrebbe quindi rafforzare la deterrenza, ma potrebbe anche convincere gli avversari che Washington si stia preparando a combattere una guerra nucleare limitata.
Il problema centrale rimane dunque impedire il primo utilizzo dell’arma atomica. Un ordigno tattico può avere una potenza e un raggio d’azione inferiori rispetto a un’arma strategica, ma le sue conseguenze politiche e militari sarebbero difficilmente circoscrivibili. Una volta superata la soglia nucleare, nessuna delle parti avrebbe infatti la certezza di poter controllare le successive reazioni dell’avversario.




