di Giuseppe Gagliano –
Dietro le votazioni del Senato americano del 20 luglio scorso, che hanno respinto due risoluzioni per fermare la vendita di armi a Israele, si cela un dato più significativo dei freddi numeri. Nonostante la bocciatura – 73 e 70 voti contrari rispettivamente – le misure proposte da Bernie Sanders hanno ottenuto più consenso rispetto a tentativi analoghi nei mesi precedenti. Non è una svolta, ma è un segnale: il monolite del sostegno incondizionato a Israele comincia a mostrare crepe.
Storicamente il sostegno a Israele è uno dei pochi temi capaci di unire i due partiti americani. L’argomento della “sicurezza dell’unico Stato democratico del Medio Oriente” continua a essere una leva potente. Ma la crescente crisi umanitaria a Gaza – oltre 60mila morti, fame diffusa, servizi umanitari paralizzati – ha reso il silenzio più difficile da mantenere. L’opposizione, sebbene minoritaria, diventa più articolata e visibile. Persino la senatrice Shaheen, in passato contraria alle iniziative di Sanders, ha cambiato posizione, denunciando esplicitamente la mancanza di proporzionalità nell’uso della forza da parte di Israele.
Il nodo centrale è la contraddizione tra il diritto di Israele a difendersi, riconosciuto da molti senatori, e l’uso indiscriminato della forza in un contesto densamente popolato come Gaza. Le vendite bloccate avrebbero incluso 675 milioni di dollari in bombe e 20mila fucili d’assalto. Armi “difensive”? Difficile sostenerlo davanti ai video di ospedali distrutti e bambini sotto le macerie. Israele si difende accusando Hamas di usare scudi umani, ma la narrativa occidentale non regge più ovunque, specialmente nei Paesi dove l’opinione pubblica inizia a fare pressione sui governi.
La posizione di Trump, ostile a qualsiasi condizionamento all’alleato israeliano, conferma una polarizzazione crescente. Il tycoon vuole apparire come garante di una politica estera muscolare, ma il costo di questa rigidità è un isolamento morale crescente. Francia, Canada e Regno Unito stanno valutando il riconoscimento ufficiale dello Stato palestinese: un passo simbolico, certo, ma non privo di conseguenze. A settembre, all’Assemblea Generale dell’ONU, queste intenzioni potrebbero trasformarsi in azioni diplomatiche concrete, che ridefinirebbero il quadro del conflitto.
L’industria militare statunitense resta uno degli attori più influenti di Capitol Hill. Bloccare vendite miliardarie a Israele significherebbe anche mettere in discussione interessi economici interni. Il senatore repubblicano Jim Risch lo dice apertamente: l’obiettivo resta la distruzione di Hamas, che definisce un “interesse globale”. Ma se la lotta al terrorismo diventa la giustificazione di ogni crimine umanitario, si rischia di rendere la guerra permanente. Non è un dettaglio secondario: mantenere alta la tensione giova a chi vive del business bellico, ma condanna intere popolazioni a un ciclo infinito di violenza.
Nel contesto attuale, la politica estera USA è sempre più guidata da una logica transazionale: chi garantisce allineamento, riceve sostegno; chi devia, paga dazio. Israele è un partner strategico troppo importante per essere messo in discussione: controllo tecnologico, intelligence condivisa, deterrenza regionale contro Iran e alleati. Ma l’effetto boomerang è evidente: la narrativa americana sulla “democrazia globale” perde credibilità, e con essa l’influenza diplomatica su buona parte del mondo arabo, africano e latinoamericano.
La carneficina a Gaza non è solo una tragedia umanitaria, ma un test globale di coerenza per l’Occidente. Mentre si chiede a Russia e Iran il rispetto del diritto internazionale, si continua a fornire armamenti a chi viene accusato di crimini di guerra dalle stesse agenzie dell’ONU. Questo doppio standard non è più sostenibile, soprattutto nell’era delle guerre cognitive, dove l’immagine conta quanto i carri armati. Se davvero si vuole uscire dalla spirale della violenza, occorre una cesura. E quella cesura non verrà dalle bombe, ma da scelte politiche coraggiose.












