Usa. La base di Trump insofferente verso Israele. E i sauditi ne approfittano

di Giuseppe Gagliano

Per decenni il sostegno incondizionato a Israele è stato un pilastro della politica estera del Partito Repubblicano americano. Una posizione bipartisan in Congresso, ma soprattutto identitaria per il blocco conservatore. Oggi però quella certezza comincia a incrinarsi. Non tanto nei vertici istituzionali, quanto nella base populista che sostiene Donald Trump. È in questa frattura che l’Arabia Saudita ha intravisto una finestra strategica, muovendosi con una diplomazia calibrata: ridurre l’appoggio a Benjamin Netanyahu negli ambienti repubblicani e al tempo stesso spingere avanti la propria agenda regionale su Israele, Palestina e Iran.
Negli Stati Uniti la frattura non è solo ideologica, ma anche pragmatica. La base populista di Trump è sempre più insofferente verso un sostegno illimitato a Israele, percepito come costoso e, in alcuni casi, incompatibile con la retorica “America First”. Riad lo sa bene: meno appoggio incondizionato significa più margine di manovra per avviare un canale negoziale con Washington su questioni sensibili, compresa la gestione della crisi israelo-palestinese.
L’Arabia Saudita, tradizionale alleato americano ma anche leader del mondo arabo sunnita, punta così a posizionarsi come attore capace di influenzare la politica USA dall’interno, sfruttando le divisioni interne al partito del presidente.
Il principe ereditario Mohammad Bin Salman (MBS) ha più volte lasciato intendere che la normalizzazione con Israele non è un tabù. Tuttavia la condizione imprescindibile è un passo concreto verso la soluzione dei due Stati. Non si tratta di una questione puramente ideologica: MBS intende utilizzare il riconoscimento di Israele come leva per ottenere concessioni politiche e garanzie di sicurezza, sia per il popolo palestinese sia per la stabilità regionale.
Il calcolo è chiaro: una normalizzazione prematura, senza progresso sul fronte palestinese, rischierebbe di alienare il consenso interno saudita e di compromettere la leadership del Regno nel mondo arabo.
Riad percepisce il logoramento politico di Netanyahu come un’opportunità. L’indebolimento del premier israeliano, pressato da problemi giudiziari e da critiche crescenti all’interno e all’estero, riduce la sua capacità di dettare condizioni. L’Arabia Saudita intende capitalizzare su questo momento per riproporre con forza la road map a due Stati, cercando di ottenere il sostegno di Washington – soprattutto se Trump dovesse considerare l’accordo come un successo personale da spendere in campagna elettorale.
Sul piano geopolitico, questo permetterebbe a Riad di rafforzare la propria immagine di potenza equilibratrice, in grado di dialogare con tutte le parti in conflitto.
La questione iraniana rimane centrale nella visione saudita. Dopo la distensione diplomatica mediata dalla Cina nel 2023, Riad ha cercato di stabilizzare i rapporti con Teheran, pur mantenendo una vigilanza strategica. La riduzione del sostegno a Netanyahu ha anche un riflesso in questa partita: un Israele meno aggressivo verso l’Iran lascia spazio a negoziati regionali più ampi, dove l’Arabia Saudita può presentarsi come garante della stabilità del Golfo.
Sul piano geoeconomico, una distensione con l’Iran ridurrebbe i rischi per le rotte marittime e petrolifere e permetterebbe a Riad di concentrare le proprie risorse sul programma Vision 2030, riducendo l’esposizione ai conflitti.
La mossa saudita si gioca su tre piani simultanei:

1. Diplomatico: sfruttare la crepa nel sostegno repubblicano a Israele per ottenere spazi negoziali con Washington e influenzare l’agenda mediorientale.

2. Regionale: usare la leva della normalizzazione con Israele per rilanciare la soluzione dei due Stati, mantenendo il consenso interno e la leadership nel mondo arabo.

3. Strategico: integrare il dossier iraniano nella dinamica israelo-palestinese per rafforzare la propria posizione come mediatore regionale e potenza stabilizzatrice.

L’Arabia Saudita non agisce in modo impulsivo, ma come una potenza che conosce bene i tempi lunghi della diplomazia. La frattura nel sostegno repubblicano a Netanyahu non è per Riad un fatto passeggero, ma un’occasione per ricalibrare i rapporti con Washington, condizionare il futuro della questione palestinese e inserire l’Iran in una strategia di equilibrio regionale.
Se queste mosse avranno successo, il Regno potrebbe trovarsi nella posizione invidiabile di essere, allo stesso tempo, alleato chiave degli Stati Uniti, leader del mondo arabo e interlocutore credibile per Israele e Iran. Una combinazione che, in Medio Oriente, può valere più di qualsiasi alleanza formale.