di Giuseppe Gagliano –
Il vertice del 17 aprile tra Giorgia Meloni e Donald Trump si è chiuso senza trattati firmati, ma non senza conseguenze. Tra sorrisi, strette di mano e dichiarazioni d’intesa, si è delineato un quadro che evidenzia uno squilibrio sostanziale: gli Stati Uniti ottengono rassicurazioni strategiche ed economiche, mentre l’Italia porta a casa un riconoscimento simbolico e un invito a futura data.
Il tema più atteso, quello dei dazi, non ha trovato una soluzione. Trump ha ribadito che un accordo “si farà al 100%”, ma ha anche affermato che non c’è fretta. Nessun dettaglio, nessuna scadenza. Meloni, contraria ai dazi e desiderosa di mediazione, ha proposto un vertice trilaterale a Roma con Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Una mossa da facilitatrice, che mostra volontà di iniziativa ma evidenzia anche il vuoto di potere contrattuale dell’Italia sui dossier commerciali europei.
Sul fronte della difesa, Meloni ha promesso che l’Italia raggiungerà il 2% del PIL in spesa militare. Trump ha rilanciato, dicendo che “non è mai abbastanza”. È il ritorno alla logica del burden sharing trumpiano, in cui l’Europa paga ma resta dipendente. La promessa italiana arriva senza discussione pubblica né strategia industriale, mentre l’industria della difesa USA osserva con interesse i nuovi budget europei.
Meloni ha annunciato un incremento delle importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli USA e investimenti italiani per 10 miliardi di dollari in territorio statunitense. L’interconnessione economica, evocata come valore, sembra tradursi in una dipendenza energetica unilaterale e in capitali che migrano oltre Atlantico. La possibilità di cooperazioni nel nucleare è rimasta vaga, senza impegni o progetti concreti.
Trump ha fatto cenno a imminenti “novità dalla Russia” sulla guerra in Ucraina, senza dettagliare. Ha lasciato agli europei e all’Italia la responsabilità di eventuali missioni di pace. Meloni ha proposto un sistema di garanzie di sicurezza sul modello dell’articolo 5 della NATO, cercando di restare equidistante tra l’atlantismo muscolare di Trump e la prudenza strategica europea.
Sul piano ideologico, il terreno comune è apparso solido: no al “wokismo”, lotta all’immigrazione illegale, repressione delle droghe sintetiche. Meloni ha persino parafrasato lo slogan trumpiano con un “rendere l’Occidente grande”. Una convergenza culturale che alimenta l’identificazione politica, ma che rischia di oscurare i nodi economici e strategici rimasti irrisolti.
Meloni ha giocato la carta dell’interlocutrice privilegiata con Trump. Senza un mandato ufficiale UE, ha cercato di accreditarsi come ponte tra Bruxelles e Washington, forte di un rapporto personale e di una sintonia politica con l’ex presidente. Ma proprio questa assenza di un mandato esplicito evidenzia il limite dell’iniziativa: l’Italia resta fuori dalla stanza dei bottoni europei, e dentro quella americana solo come alleato obbediente.
Il vertice ha rafforzato il profilo internazionale di Giorgia Meloni, confermandola come figura centrale del conservatorismo occidentale. Ma ha anche messo in luce la posizione subordinata dell’Italia nei rapporti con Washington: più acquisti, più spese, meno voce. Il rischio è che, mentre Roma lavora per rendere l’Occidente grande, l’Italia resti sempre più periferica nei suoi stessi interessi strategici.












