Usa. Trump alza la spesa per la Difesa a 1,5 trilioni di dollari

di Giuseppe Gagliano

Donald Trump mette sul tavolo una cifra che, più che un bilancio, somiglia a un manifesto: 1,5 trilioni di dollari per la Difesa nel 2027. Tradotto: circa 500 miliardi in più rispetto ai livelli attuali del Pentagono, che quest’anno hanno toccato quota mille miliardi anche grazie a un’iniezione straordinaria votata dal Congresso. L’annuncio arriva con pochi dettagli operativi e con un’etichetta politica molto trumpiana: “l’esercito dei sogni”. Ma la sostanza è chiara: l’amministrazione vuole legare la propria credibilità strategica a programmi enormi, costosi e difficili da sostenere con la finanza ordinaria.
Dietro il salto di spesa ci sono ambizioni che cambiano scala. Da un lato un progetto di difesa aerea e antimissile, il Golden Dome, che richiama l’idea di uno “scudo” a più livelli contro minacce balistiche e ipersoniche. Dall’altro, una spinta al riarmo navale che include perfino l’evocazione di una nuova corazzata, segnale più simbolico che tecnico, ma utile a raccontare un ritorno alla potenza industriale e marittima. Politico sottolinea che con i livelli attuali di spesa quei programmi non possono essere finanziati integralmente: qui sta il cuore del problema, perché un conto è avviare, un altro è sostenere per anni filiere, manutenzione, munizionamento, personale, addestramento.
Trump lascia intendere che le entrate tariffarie potrebbero coprire l’aumento. È una promessa politicamente efficace ma fiscalmente fragile: le tariffe possono portare risorse, ma non sono una cassaforte inesauribile e, soprattutto, sono esposte a contromisure, rallentamenti del commercio e oscillazioni congiunturali. Anche volendo forzare i margini di manovra dell’esecutivo, resta il punto costituzionale: la spesa la decide il Congresso. E la matematica parlamentare è brutale: per trovare 500 miliardi bisogna tagliare altrove, aumentare deficit o inventare nuovi flussi certi. I repubblicani discutono da tempo l’obiettivo del 4-5% del prodotto interno lordo, cioè una scelta di priorità nazionale che inevitabilmente sposta risorse da sanità, istruzione, welfare e aiuti esteri. Non a caso, si intravede già il conflitto con i democratici e l’ipotesi di ricorrere ancora a maxi-leggi “di parte” con procedure di riconciliazione, politicamente costose e proceduralmente complesse.
Un bilancio di queste dimensioni è anche un piano di politica economica mascherato da strategia. Significa contratti, catene di fornitura, posti di lavoro qualificati, distretti industriali che vivono di commesse federali. Ma significa anche inflazione da domanda in settori già sotto pressione, colli di bottiglia su componenti critici, dipendenza da fornitori rari e tempi lunghi di produzione. C’è poi il tema del costo del denaro: più deficit o più spesa strutturale possono tradursi in maggiore pressione sul debito, soprattutto se la crescita non compensa. Il messaggio “paghiamo con le tariffe” prova a risolvere in uno slogan un problema che, nella realtà, richiede coperture stabili.
Sul piano militare, l’idea di uno scudo antimissile e di una flotta più robusta risponde a un’ansia di fondo: l’America teme di non poter più garantire superiorità simultanea in troppi teatri. Il Golden Dome è deterrenza e protezione, ma anche una corsa tecnologica che spinge avversari e concorrenti ad aggirare lo scudo con saturazione, nuove traiettorie, armi più veloci e guerra elettronica. La spinta navale, invece, è un messaggio al Pacifico e alle rotte globali: controllo del mare uguale controllo dell’economia. Tuttavia, alzare così la posta crea un effetto collaterale: più programmi, più piattaforme, più basi e più impegni significano anche più vulnerabilità, più costi di esercizio e più bersagli potenziali.
Il bilancio record non è solo “contro qualcuno”, è anche “per qualcuno”: per convincere alleati e rivali che gli Stati Uniti non arretrano. Ma il paradosso è che una spesa così massiccia può accentuare tensioni con gli stessi alleati, spingendoli a scegliere tra l’allineamento e l’autonomia, specie se Washington collega la protezione militare a condizioni commerciali più dure. In chiave geoeconomica, il riarmo diventa uno strumento di competizione industriale: chi produce missili, radar, intercettori, munizioni di precisione, difesa aerea, cantieristica, controlla una fetta crescente di valore e di tecnologia. E qui entra la guerra dell’apparato: Trump, nello stesso tempo, ha attaccato i grandi gruppi della Difesa accusandoli di lentezza e prezzi eccessivi, e promettendo di limitare riacquisti di azioni, stipendi e dividendi. È il tentativo di imporre disciplina a un settore che vive di denaro pubblico, ma anche un messaggio: più soldi sì, a patto che l’industria obbedisca a tempi e costi dettati dalla politica.
Il punto non è solo se 1,5 trilioni siano “possibili”. È cosa vuole ottenere Trump con questa cifra: accelerare programmi simbolo, costringere il Congresso a una scelta di campo, e riorientare l’industria della Difesa come leva di potenza nazionale. Se il progetto regge, gli Stati Uniti entrano in una fase di riarmo strutturale. Se invece si arena tra coperture deboli e scontri parlamentari, l’annuncio rischia di diventare l’ennesimo segnale di una superpotenza che alza la voce mentre discute su chi deve pagare il conto.