di Giuseppe Gagliano –
L’invio dell’esercito a Portland da parte di Donald Trump riporta gli Stati Uniti a una fase che sembrava appartenere ai manuali di storia interna. Il presidente ha ordinato alla Guardia nazionale di presidiare la città, considerata il bastione della sinistra radicale, accusando i militanti “antifa” e altri gruppi di comportamenti “terroristici” per i ripetuti assalti agli edifici federali, in particolare al centro di detenzione dell’ICE. Le immagini delle barricate, degli scontri notturni, delle guillotines di cartone issate davanti alle sedi governative hanno alimentato un clima di emergenza e paura.
Trump, che già nel 2020 aveva cavalcato lo slogan “law and order”, ripropone ora la sicurezza come leva elettorale e identitaria. La decisione di criminalizzare le violenze politiche e di definire gli “antifa” come organizzazione terroristica serve a consolidare il consenso tra l’elettorato conservatore, presentandosi come il garante dell’ordine di fronte a quella che descrive come “anarchia tollerata dai democratici”. Il richiamo alla minaccia interna, più che a quella esterna, è funzionale a mostrare un Paese spaccato e un leader pronto a domarlo con la forza.
L’Oregon e la sua capitale economica, Portland, rappresentano da tempo un laboratorio di politiche progressiste e “città santuario” per i migranti. La scelta della Casa Bianca di intervenire militarmente apre un conflitto politico con le autorità locali democratiche, accusate di eccessiva indulgenza verso i manifestanti. Il dualismo fra potere federale e governi statali, tipico del sistema americano, si fa qui terreno di scontro ideologico: legge federale contro autonomie locali, sicurezza contro diritti civili, tradizione contro sperimentazione sociale.
Oltre all’impatto politico, il dispiegamento dell’esercito ha un risvolto economico. Portland, nodo logistico e tecnologico della costa pacifica, rischia un rallentamento delle attività produttive e commerciali. La percezione di instabilità incide sugli investimenti e sulla reputazione della città come hub innovativo. Trump punta invece a rassicurare il business interno, affermando che il ripristino dell’ordine è premessa indispensabile per la crescita.
La mossa di Trump ha una valenza strategica che va oltre il caso locale. Sul piano interno, intende rafforzare il controllo statale nei centri urbani percepiti come focolai di radicalismo, mostrando che la sicurezza nazionale non è solo questione di frontiere ma anche di strade e quartieri. Sul piano internazionale, invia il messaggio che gli Stati Uniti non tollerano zone di disordine che potrebbero indebolire l’immagine di potenza coesa e stabile. Tuttavia, l’uso dell’esercito rischia di radicalizzare ulteriormente lo scontro, creando nuovi martiri e nuove tensioni con le comunità progressiste.
Il caso Portland è il sintomo di una polarizzazione che attraversa la società americana: economica, culturale, ideologica. Trump capitalizza sul bisogno di sicurezza, ma la crisi rivela quanto la frattura tra le due Americhe, cioè urbana e rurale, progressista e conservatrice, resti profonda. La sfida, ora, sarà capire se la risposta muscolare saprà davvero pacificare le città o se, al contrario, alimenterà un ciclo di conflitti che minaccia di lacerare ulteriormente il tessuto democratico statunitense.












