di Vincenzo Giardina / Dire * –
Un’operazione di “regime change” forse riuscita sul piano “tecnico” ma gravida di rischi, come insegnano i precedenti in Libia o in Iraq: questa la valutazione del “rapimento” statunitense di Nicolas Maduro formulata da Gregory Alegi, professore di Storia e politica delle Americhe presso l’Università Luiss.
La lettura è affidata a un’intervista con l’agenzia Dire, dopo la conferma del raid in Venezuela e prima delle dichiarazioni che il presidente americano Donald Trump dovrebbe rilasciare in Florida alle 11 (le 17 in Italia).
“Washington ci ha abituato a operazioni di ‘regime change’ e però anche al fatto che riescono su un piano tecnico ma non politico”, sottolinea Alegi: “Pensiamo alla Libia di Muammar Gheddafi o all’Iraq di Saddam Hussein, dove il nuovo vuoto politico-istituzionale venne riempito da forze difficilmente controllabili”.
Secondo il professore, l’intervento di Washington era stato in qualche misura preannunciato. “Con una battuta potremmo dire ‘tanto tuonò che piovve’“, ragiona Alegi. “I segnali del desiderio di Trump di passare dalla pressione a una soluzione c’erano già; poi è successo ciò che molti si aspettavano, dunque c’è stata poca sorpresa, anche se le modalità sono state parzialmente diverse da quelle attese: non c’è stato infatti un attacco massiccio ma un’operazione chirurgica, con le forze speciali che hanno rapito Maduro”.
Alegi continua: “Questo fa pensare che si conoscessero bene i suoi movimenti e ciò è utile per capire il livello di penetrazione dei servizi informativi statunitensi o anche la disponibilità a collaborare con essi all’interno del Venezuela”.
I dubbi riguardano soprattutto le conseguenze politiche. “Rispetto alla Libia o all’Iraq”, sottolinea il professore, “in Venezuela c’è un’opposizione più strutturata, come indicato sia da un successo elettorale poi negato sia dall’assegnazione del Nobel per la pace a Corina Machado”. Il caso di Caracas sarebbe dunque differente. “Anche se”, avverte Alegi, “nei cambiamenti traumatici è sempre difficile fare previsioni”.
Lo storico si sofferma anche sul contesto regionale. “L’azione in Venezuela”, questa la tesi, “è la manifestazione visibile di una rinnovata attenzione degli Stati Uniti per l’America Latina, trascurata per decenni e infiltrata da una presenza cinese molto ingombrante”. Alegi evidenzia: “Lo vediamo anche nelle forze armate di Caracas, che hanno sistemi e forniture di provenienza cinese e non solo russa”. E dunque: “L’azione degli Stati Uniti può essere una sorta di avvertimento a Pechino sul fatto che il via libera alla sua espansione in America Latina non c’è più e che anzi gli Usa vogliono riprendere il controllo del continente”.
Secondo l’esperto, a caratterizzare le scelte di Trump e della sua politica dell’”America first” è comunque una nuova “spregiudicatezza”. “Gli Stati Uniti giocano su più tavoli, rivendicano di non rispettare alcuna alleanza e di poter giocare ogni partita separatamente”, sottolinea Alegi. “Sono il Paese più ricco, ma attenzione: non possono pensare di affrontare e sfidare tutto il mondo“.
* Fonte: agenzia Dire.












