
di Giuseppe Gagliano –
La caduta di Nicolás Maduro ha prodotto un effetto immediato, quasi meccanico: quando salta un potere che per anni ha garantito protezioni, corridoi e “regole” non scritte, le reti criminali non si dissolvono. Si riorganizzano. E spesso lo fanno spostando uomini, capitali e rotte dove lo Stato è più poroso e dove il territorio offre copertura naturale. È in questo quadro che si inserisce il video, diventato virale, di Nestor Gregorio Vera Fernandez, alias Ivan Mordisco, capo delle fazioni dissidenti delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia: un appello a tregua e a un vertice tra gruppi armati rivali, con l’obiettivo dichiarato di coordinare un fronte comune “contro l’imperialismo statunitense”.
La cornice ideologica serve soprattutto da collante simbolico. La sostanza, per chi legge la regione con l’occhio della sicurezza, è un’altra: Mordisco sta suggerendo una razionalizzazione del “mercato” armato, un tentativo di ridurre la guerra interna tra fazioni per proteggere flussi e rendite. L’evocazione di Simón Bolívar è il richiamo a un’identità condivisa; il vero cemento, come sempre, sono cocaina, oro illegale, estorsioni e controllo territoriale.
Secondo analisti regionali, anche un’alleanza parziale tra i gruppi citati sarebbe un moltiplicatore di rischio soprattutto per il Brasile. Non per ragioni ideologiche, ma per geografia e per convenienza: l’Amazzonia è un labirinto di fiumi, confini lunghi e difficili da presidiare, comunità vulnerabili, economie informali che possono essere catturate. Se i guerriglieri colombiani rientrano dal Venezuela verso la Colombia, come indicano fonti militari vicine a Gustavo Petro, la domanda è semplice: dove vanno le strutture logistiche, i contatti, le rotte, i “professionisti” del traffico? Una parte può migrare verso il Brasile, dove esistono già reti pronte ad assorbire competenze e manodopera.
Il nodo è che il crimine brasiliano non è più locale da tempo. Il Comando Vermelho, nato a Rio de Janeiro, è attivo in numerosi Stati e si muove come un’impresa armata: controlla piazze, impone regole, negozia e combatte. La sua collaborazione con segmenti delle FARC ha radici almeno dagli anni Duemila: i colombiani offrivano laboratori, protezione e rotte; i brasiliani garantivano l’accesso a mercati interni e distribuzione. È una divisione del lavoro criminale, efficace e replicabile.
Un rapporto dell’International Crisis Group del 2024 ha già descritto il rafforzamento dell’intesa tra Comando Vermelho e il Fronte Carolina Ramirez, dissidenza attiva lungo il fiume Caquetá. Il gruppo si è evoluto: da predazioni minori a controllo del territorio, fino a vietare accessi in aree protette come il Parco Nazionale Rio Pure. Dal 2023 emerge poi una struttura più mirata, il Fronte Amazonas, specializzato in droga ed estorsione dei cercatori d’oro illegali. Un dettaglio decisivo: tra i membri compaiono cittadini brasiliani e le operazioni arrivano nel comune di Japurá, nello Stato di Amazonas, snodo strategico per il traffico fluviale. Da lì la cocaina viaggia lungo il Solimões verso Manaus e oltre.
L’Alto Solimões è diventato uno dei grandi corridoi del narcotraffico internazionale in Amazzonia, e quindi un campo di battaglia tra Comando Vermelho e Primeiro Comando da Capital. Quando due “marchi” armati competono, la violenza non è un effetto collaterale: è uno strumento di controllo del mercato. E qui entra un fattore spesso sottovalutato: la fragilità sociale. Secondo il Forum brasiliano sulla sicurezza pubblica, l’area presenta vulnerabilità altissime, popolazioni in larga parte indigene, dipendenza da sussidi statali, reclutabilità elevata. Dove lo Stato è debole e la sopravvivenza è precaria, il crimine offre reddito, protezione, identità, e si compra consenso con la stessa facilità con cui compra silenzio.
Il collasso della Familia do Norte, che fino al 2018 dominava la regione, ha lasciato un vuoto riempito dalle grandi fazioni nazionali. È la dinamica tipica: un attore locale cede, entrano soggetti più strutturati, con più capitale e più armi.
La criminalità regionale non vive solo di droga. L’oro illegale è una seconda banca, spesso più utile perché facilmente riciclabile. In Roraima cresce la pressione sulle miniere clandestine e si registra la presenza del gruppo venezuelano Tren de Aragua, che aggiunge violenza e organizzazione predatoria. Le operazioni federali contro il traffico d’oro avrebbero smantellato una rete con valori stimati enormi e con canali di riciclaggio verso il Venezuela e l’Arco Minerario dell’Orinoco. Qui l’economia illegale incontra la geoeconomia: l’oro, una volta “ripulito”, entra nel circuito globale e diventa capitale apparentemente legittimo.
Sul versante venezuelano, per anni la cocaina è stata stoccata nello Stato di Apure sotto protezioni legate al cosiddetto Cartello dei Soli, con collegamenti anche a piloti brasiliani e figure come Paulo Jones da Cruz Flores, arrestato nel 2014 e condannato a una pena pesantissima. Se cambia il quadro politico a Caracas, cambiano le protezioni: e i flussi cercano nuove piste. Dal 2024, secondo l’articolo, aumentano gli aerei intercettati dall’Aeronautica brasiliana provenienti dal Venezuela, soprattutto tra Roraima e Amazonas, aree abitate anche dal popolo Yanomami. Il segnale è chiaro: la rotta aerea cresce quando quella terrestre o politica diventa più incerta.
Per il Brasile la questione non è solo di polizia. È un problema di controllo di frontiera e di sovranità effettiva: territori enormi, densità bassa, logistica difficile. Le forze di sicurezza possono colpire singole reti, ma l’ecosistema si rigenera se non si controllano corridoi e finanza. Inoltre, la competizione tra fazioni tende a trasformare aree periferiche in teatri permanenti, dove lo Stato entra solo con operazioni episodiche e poi si ritira. Il crimine, invece, resta.
L’elemento emergente è il fentanyl. Il sequestro di fiale in Colombia nel 2025, sottratte a ospedali e usate anche per circuiti illegali, indica un possibile slittamento verso sostanze più redditizie e più devastanti. Le prime pillole intercettate a Manaus nel 2023, con destinazione Europa, suggeriscono un’altra tendenza: il Brasile non è solo mercato, è piattaforma logistica.
L’effetto Maduro, in questa lettura, è un acceleratore. Il Venezuela era un territorio di transito e stoccaggio, con apparati che, per corruzione o per convenienza, garantivano protezione. Il suo collasso politico ridisegna la mappa: spinge gruppi armati e traffici verso aree dove esistono già grandi organizzazioni e dove l’Amazzonia offre copertura, risorse e vie d’acqua. In altre parole, la frontiera nord del Brasile rischia di diventare il nuovo “centro” operativo della criminalità sudamericana perché concentra tutto: rotte, oro, droga, comunità vulnerabili, e la presenza di fazioni capaci di fare sistema con attori stranieri.
Il video di Ivan Mordisco, più che una chiamata ideologica, suona come un tentativo di coordinamento industriale del crimine. Se quel coordinamento prende forma, anche solo in segmenti, la sfida per Brasilia non sarà reprimere un’ondata, ma impedire che la criminalità trasformi l’Amazzonia in una piattaforma stabile, capace di assorbire la crisi venezuelana e convertirla in potere armato e denaro.











