
di Marcello Beraldi –
Quando la marina statunitense dispiega il suo apparato militare al largo delle coste del Venezuela, non sta semplicemente conducendo un’operazione antidroga. Sta mettendo in scena un’altra puntata di un copione già visto, un dramma geopolitico che riaffiora periodicamente nel “cortile di casa” americano. Un copione dove la lotta al narcotraffico funge da pretesto per una “guerra ibrida” , una strategia di pressione che va ben oltre la semplice intercettazione di stupefacenti. Non a caso, questa mossa rievoca la memoria di eventi passati, come l’Operazione “Just Cause” a Panama nel 1989, quando l’accusa di traffico di droga contro Manuel Noriega servì a giustificare una vera e propria invasione.
La narrativa ufficiale, promossa da Washington, è inequivocabile: l’amministrazione Trump vuole fermare il flusso di droga presumibilmente controllato dal regime di Nicolas Maduro, accusato di essere a capo del “Cartel de los Soles”. La posta in gioco è alta, come dimostra l’aumento della taglia sulla testa di Maduro a 50 milioni di dollari. Il Dipartimento di Stato statunitense ha persino designato la banda criminale venezuelana Tren de Aragua come “organizzazione terroristica straniera” , una mossa che permette di spostare il conflitto dal piano del contrasto criminale a quello del contro-terrorismo, garantendo una ben maggiore libertà d’azione militare. Il pretesto, insomma, è costruito su misura per l’azione.
Un dispiegamento che sa di assalto.
E l’azione, in questo caso, è stata imponente e chiaramente sproporzionata rispetto all’obiettivo dichiarato. Fonti della difesa statunitensi hanno confermato il dispiegamento di un gruppo d’assalto anfibio, il Iwo Jima Amphibious Ready Group (ARG) e della 22ma Marine Expeditionary Unit (MEU). Come sottolineano diversi analisti, queste non sono le unità tipicamente utilizzate per le operazioni antidroga. La loro formazione è mirata a “missioni globali rapide” e operazioni d’assalto su vasta scala. La loro presenza, che comprende sette navi da guerra e un incrociatore lanciamissili come la USS Erie, si è configurata come una palese e minacciosa dimostrazione di forza.
La prova più evidente della natura di questo schieramento è arrivata con l’attacco “cinetico” o “strike di precisione” condotto contro un’imbarcazione in acque internazionali. Il presidente Trump ha rivendicato l’azione su “Truth Social”, dichiarando che l’operazione ha causato la morte di 11 persone, definite “terroristi” della banda Tren de Aragua. Non si è trattato di una banale intercettazione navale, ma di un atto di guerra non convenzionale, un uso della forza letale al di fuori di un conflitto dichiarato.
La resistenza della Milizia e la battaglia per la sovranità.
La risposta del Venezuela è stata rapida e su due fronti: la mobilitazione interna e la denuncia internazionale. Il presidente Maduro ha risposto alle “stravaganti minacce” di Washington ordinando lo schieramento di navi e droni e, soprattutto, mobilitando la Milicia Nacional Bolivariana, un corpo di riservisti dell’esercito che conta milioni di membri. La mobilitazione, che ha visto l’arruolamento di volontari di ogni età, dai contadini ai pensionati , è stata presentata come un atto di difesa della “sacra terra” venezuelana e come un gesto di resistenza all’offensiva imperialista.
Sul piano diplomatico, Caracas ha sollevato la questione a livello internazionale, con il ministro degli Esteri che ha incontrato il coordinatore residente delle Nazioni Unite e ha richiesto “l’immediata cessazione del dispiegamento militare degli Stati Uniti nei Caraibi”. Il Venezuela ha anche cercato il sostegno di organizzazioni regionali come il CELAC e l’ALBA-TCP , sottolineando come la minaccia non sia solo contro Caracas, ma contro l’intera sovranità latinoamericana.
Il Diritto del Mare e il mirino della forza.
L’attacco letale in alto mare solleva seri interrogativi dal punto di vista del diritto internazionale. Sebbene l’alto mare sia retto dal principio di libertà di navigazione, le azioni militari aggressive sono ammissibili solo in circostanze molto limitate. Gli analisti legali sostengono che un “attacco cinetico” è giustificato unicamente per “autodifesa in caso di minaccia imminente”. Un’imbarcazione che trasporta droga, per quanto illecita, non costituisce di per sé una minaccia militare. Dunque, come alcuni esperti hanno sottolineato, l’azione statunitense è “probabilmente illegale secondo il diritto del mare”.
Il dispiegamento stesso è stato denunciato dal Venezuela alle Nazioni Unite come una “minaccia di aggressione”. Sebbene sia vero che il governo venezuelano è stato a sua volta oggetto di denunce da parte di organismi ONU, come la Missione Internazionale Indipendente di Accertamento dei Fatti , la militarizzazione del Mar dei Caraibi da parte di una potenza nucleare come gli Stati Uniti, con dichiarazioni pubbliche di minaccia, mette in discussione i principi fondamentali della Carta delle Nazioni Unite che vietano l’uso della forza contro l’integrità territoriale e l’indipendenza di uno Stato.
In un’epoca di profonde crisi e tensioni globali, l’operazione statunitense al largo del Venezuela dimostra ancora una volta come la “guerra alla droga” rimanga un potente e versatile strumento geopolitico, un’etichetta che nasconde obiettivi più ampi e aggressivi. La storia ci insegna che quando gli Stati Uniti usano il pretesto del narcotraffico, l’obiettivo non è quasi mai la droga, ma il potere. E i popoli in gioco lo sanno bene.











