di Giuseppe Gagliano –
Il Venezuela accelera il ritorno nell’orbita economica degli Stati Uniti attraverso nuovi accordi tra la compagnia statale PDVSA e produttori petroliferi indipendenti americani. Le intese rappresentano uno dei primi risultati economici del nuovo equilibrio creatosi a Caracas dopo l’intervento militare statunitense, la cattura di Nicolás Maduro e l’insediamento della presidenza provvisoria di Delcy Rodríguez.
Il petrolio costituisce il principale punto di convergenza tra Caracas e Washington. Il governo venezuelano necessita di capitali, tecnologia e investimenti per rilanciare l’economia e consolidare le nuove istituzioni, mentre gli Stati Uniti puntano a recuperare l’accesso alle risorse energetiche del Paese e a ridimensionare l’influenza di Cina, Russia e Iran nei Caraibi.
Le compagnie indipendenti statunitensi potrebbero intervenire inizialmente sui giacimenti esistenti, riattivando pozzi, sostituendo apparecchiature e riparando infrastrutture. Un eventuale successo potrebbe successivamente favorire investimenti più consistenti da parte dei grandi gruppi petroliferi internazionali.
Il Venezuela dispone di oltre 300 miliardi di barili di riserve accertate, ma gran parte del petrolio della cintura dell’Orinoco è costituita da greggio molto pesante, che richiede impianti, diluenti e infrastrutture adeguate. Anni di scarsa manutenzione, cattiva gestione, corruzione, emigrazione del personale specializzato e sanzioni hanno inoltre indebolito profondamente la capacità operativa della PDVSA.
La produzione è tornata sopra il milione di barili al giorno, ancora molto distante dai livelli superiori ai tre milioni raggiunti alla fine degli anni Novanta. Gli investimenti delle compagnie indipendenti potrebbero contribuire ad aumentarla ulteriormente, mentre per superare stabilmente i due milioni di barili sarebbero necessari diversi anni e investimenti per decine di miliardi di dollari.
Le nuove norme petrolifere segnano inoltre un progressivo superamento del modello energetico costruito durante la presidenza di Hugo Chávez. Lo Stato mantiene la proprietà delle risorse, ma viene ampliato lo spazio concesso alle imprese private nella produzione, nella raffinazione e nella commercializzazione. Anche la fiscalità viene resa più favorevole per attirare capitali stranieri.
Il ritorno del greggio venezuelano interessa direttamente le raffinerie statunitensi del Golfo del Messico, molte delle quali sono progettate per lavorare petrolio pesante. Le forniture dal Venezuela possono integrare quelle canadesi e compensare in parte la diminuzione della produzione messicana, beneficiando inoltre della breve distanza dai porti americani.
Washington conserva comunque un forte strumento di pressione attraverso il sistema delle sanzioni e delle autorizzazioni. L’accesso al dollaro, alle banche internazionali, alle assicurazioni marittime e alle tecnologie occidentali consente agli Stati Uniti di condizionare le modalità con cui il petrolio venezuelano viene prodotto, commercializzato e pagato.
Il nuovo orientamento di Caracas potrebbe ridimensionare soprattutto la posizione della Cina, che negli anni delle sanzioni aveva assorbito una quota importante delle esportazioni venezuelane e concesso finanziamenti al governo. Anche Russia e Iran rischiano di perdere influenza economica e strategica, dopo avere sostenuto il Venezuela attraverso cooperazione militare, forniture energetiche e assistenza tecnica.
Un incremento di alcune centinaia di migliaia di barili al giorno non sarebbe sufficiente a modificare radicalmente il mercato mondiale, ma potrebbe contribuire ad aumentare l’offerta e rafforzare la posizione energetica degli Stati Uniti. Una crescita più consistente della produzione venezuelana avrebbe invece conseguenze anche sugli equilibri tra i grandi Paesi esportatori.
Gli accordi petroliferi assumono così un significato che supera la dimensione industriale. Il rilancio della produzione diventa uno strumento attraverso il quale Washington può consolidare il nuovo equilibrio politico venezuelano, mentre Caracas cerca negli investimenti americani le risorse necessarie alla ricostruzione. Il Venezuela torna progressivamente sul mercato internazionale, ma all’interno di un rapporto con gli Stati Uniti destinato a condizionarne profondamente l’autonomia economica e geopolitica.



