di Giuseppe Gagliano –
Tre presunti narcoterroristi venezuelani sono stati uccisi in un’operazione del Comando Sud statunitense in acque internazionali. La decisione di Donald Trump di autorizzare personalmente l’attacco conferma una strategia che mira a colpire i cartelli della droga non solo come fenomeno criminale, ma come minaccia alla sicurezza nazionale. L’azione è stata accompagnata da un messaggio politico chiaro: Washington considera il traffico di droga una “guerra asimmetrica” contro gli Stati Uniti, e intende rispondere con mezzi militari. Non ci sono state perdite tra i soldati USA, un dettaglio che il presidente ha evidenziato per rafforzare l’immagine di efficacia e controllo delle operazioni.
L’eliminazione dei tre narcotrafficanti non è un episodio isolato. Si inserisce in un quadro di crescente militarizzazione dei Caraibi, dove nelle ultime settimane sono stati schierati caccia F-35 e rafforzate le unità navali statunitensi. L’obiettivo è duplice: prevenire i flussi di droga e inviare un segnale di deterrenza a Caracas e alle altre organizzazioni criminali transnazionali. Questo approccio, di tipo “counter-narcoterrorism”, segna un ritorno alla logica degli anni Ottanta, quando Washington trattava i cartelli della droga come soggetti quasi-parastatali da neutralizzare con la forza. Ma oggi il contesto è più complesso: il Venezuela è alleato di Russia, Cina e Iran e il rischio di escalation politica è più alto.
I rapporti tra Stati Uniti e Venezuela erano entrati in una fase di timida distensione nel 2025, con negoziati su prigionieri e migranti. L’attacco e le accuse contro Maduro hanno azzerato quei progressi. Caracas denuncia “aggressione illegittima”, mentre Washington offre 50 milioni di dollari di ricompensa per informazioni utili alla cattura del presidente venezuelano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha ribadito che le accuse non sono solo politiche ma penali, ricordando le incriminazioni federali a carico di Maduro. Il linguaggio scelto (“un cartello che si spaccia per governo”) esprime la volontà di delegittimare il regime, prefigurando una strategia di pressione che potrebbe includere nuove sanzioni e tentativi di isolamento diplomatico.
L’uso della forza in acque internazionali e l’uccisione di sospetti narcotrafficanti rischiano di alimentare tensioni con Paesi che accusano Washington di agire come potenza egemone al di fuori del diritto internazionale. Il sostegno di Cuba, Nicaragua e Bolivia a Maduro potrebbe tradursi in un rafforzamento dei legami tra Caracas e i rivali strategici degli USA, complicando il quadro regionale. Dal punto di vista della sicurezza, il rischio è che i cartelli della droga diversifichino le rotte, spostandosi verso l’Africa occidentale o usando i corridoi centroamericani, con un impatto sulle politiche migratorie e sulla stabilità di Paesi già fragili.
Sul fronte geoeconomico, l’inasprimento della tensione tra Washington e Caracas può rallentare ulteriormente la normalizzazione del settore petrolifero venezuelano, che era tornato a esportare barili sul mercato globale dopo anni di embargo. Le imprese energetiche statunitensi ed europee rischiano di veder sfumare le aperture negoziate negli ultimi mesi. In parallelo, la retorica bellicosa può spingere il Venezuela ad approfondire la cooperazione con partner come la Cina per investimenti e forniture, rafforzando l’orientamento multipolare dell’economia di Maduro.
L’operazione del Comando Sud è un segnale di determinazione, ma rischia di diventare anche un punto di non ritorno. Sul breve termine Washington ottiene un risultato militare e politico: mostra di saper colpire duro e difendere i propri confini. Sul medio-lungo termine però, l’inasprimento dello scontro con Caracas può destabilizzare il quadro regionale e spingere il Venezuela ancor più nell’orbita di potenze rivali, creando nuovi scenari di tensione nel “Mare Nostrum” caraibico. Il conflitto non è più solo contro i cartelli: è parte della più ampia competizione geopolitica per il controllo dell’America Latina.












