Venezuela. Il colpo di mano Usa e il silenzio degli alleati

di Giuseppe Gagliano –

Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno messo a segno un’azione che segna uno spartiacque nella crisi venezuelana. L’operazione Absolute Resolve ha combinato attacchi aerei mirati e un’incursione delle forze speciali nella residenza presidenziale di Fort Tiuna, nel cuore di Caracas. Il risultato è stato la cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, trasferiti negli Stati Uniti e incriminati per narcoterrorismo e traffico di stupefacenti. Al di là del profilo giudiziario, il dato politico è un altro: Washington ha dimostrato di poter colpire il vertice del potere chavista senza una lunga occupazione militare e senza pagare, almeno nell’immediato, un costo militare elevato.
La preparazione dell’operazione, iniziata mesi prima, spiega l’efficacia del colpo. Le difese aeree e le infrastrutture chiave sono state neutralizzate, riducendo al minimo la capacità di reazione. È una lezione classica di superiorità informativa e di sincronizzazione tra intelligence, forze speciali e potenza aerea.
Il bilancio umano resta controverso: Caracas parla di circa cento morti tra militari, personale cubano e civili; l’Avana ha confermato la perdita di 32 ufficiali; Washington ammette feriti limitati tra i propri reparti. Ma, al di là dei numeri, il vero impatto è politico. La nomina di Delcy Rodríguez a presidente ad interim tenta di preservare una parvenza di continuità istituzionale mentre il regime affronta proteste diffuse, guidate dai settori chavisti più mobilitati e dai colectivos armati.
Le piazze di Caracas raccontano una doppia dinamica: da un lato la mobilitazione identitaria contro l’“aggressione imperialista”, dall’altro l’emersione di fratture che l’arresto di Maduro rende più visibili. La tenuta dell’ordine interno dipenderà dalla capacità del nuovo vertice di garantire approvvigionamenti, salari e sicurezza in un contesto di shock politico.
Il dato più rivelatore non è ciò che è accaduto, ma ciò che non è accaduto. Russia e Cina hanno condannato formalmente l’azione statunitense e invocato il rispetto del diritto internazionale, ma non hanno fornito un sostegno operativo in grado di prevenirla o contrastarla. Nessun allarme efficace, nessuna deterrenza visibile. È una scelta che parla di calcoli strategici: evitare un confronto diretto con Stati Uniti, proteggere interessi economici esistenti (in particolare energetici) e, forse, prendere atto della debolezza strutturale dell’alleato venezuelano.
Questo silenzio pesa più di mille dichiarazioni. Segnala che, nella gerarchia delle priorità, Caracas non vale un’escalation globale. E rafforza la percezione di un mondo multipolare selettivo, dove l’appoggio non è ideologico ma condizionato alla sostenibilità del partner.
Washington ha chiarito di non puntare a un’occupazione piena, ma a “gestire” la transizione, con un’attenzione esplicita al petrolio. È il cuore geoeconomico dell’operazione. Controllare flussi, infrastrutture e governance energetica significa incidere sul mercato regionale e ridisegnare alleanze. In questo quadro, l’isolamento di Caracas diventa leva per rinegoziare debito, concessioni e catene di fornitura.
Per l’America Latina, il messaggio è duplice: la deterrenza americana resta credibile; l’autonomia strategica ha un prezzo quando manca una rete di protezione efficace. Le reazioni regionali, tra condanne e silenzi, riflettono questo equilibrio instabile.
Absolute Resolve non è solo un’operazione militare riuscita: è un’operazione politica che sfrutta il tempo, l’informazione e l’asimmetria. Ha colpito il centro del potere senza aprire un fronte prolungato, ha messo in luce l’assenza di scudi esterni per il chavismo e ha aperto una finestra di opportunità per una transizione controllata. Il rischio, però, è che il vuoto di potere alimenti instabilità e violenza diffusa se la gestione post-Maduro non saprà offrire risposte rapide sul piano sociale ed economico.
Il Venezuela entra in una fase nuova e pericolosa. La caduta del vertice chavista, il silenzio operativo degli alleati e l’attivismo americano ridisegnano il campo. La partita non è finita: si sposta dal palazzo presidenziale alle raffinerie, dalle piazze ai tavoli diplomatici. E, come spesso accade, il destino del Paese dipenderà meno dalle dichiarazioni e più dalla capacità di governare l’energia, il consenso e la sicurezza in un equilibrio che resta fragile.