Venezuela. Il rischio di una nuova ondata migratoria dopo le minacce di Trump

di Paolo Menchi

Le recenti minacce del presidente statunitense Donald Trump di intraprendere azioni militari contro il Venezuela hanno riacceso la tensione bilaterale e alimentato i timori di un nuovo esodo massiccio. Sebbene Trump giustifichi la sua pressione su Nicolas Maduro accusandolo di aver inviato “centinaia di migliaia di criminali” negli Stati Uniti e di favorire il narcotraffico, non esistono prove che l’emigrazione venezuelana provenga in modo sproporzionato dalle carceri. Tuttavia, il presidente insiste sulla possibilità di attacchi imminenti contro infrastrutture legate ai cartelli della droga, sia in mare che sul territorio.
Uno studio del Niskanen Center avverte che anche operazioni limitate potrebbero provocare lo sfollamento di fino a 20mila persone, mentre un’escalation in grado di innescare un conflitto interno breve o prolungato potrebbe spingere da 1,7 a oltre 4 milioni di venezuelani a fuggire, mettendo sotto pressione soprattutto Colombia e Brasile. Sebbene la maggior parte dei rifugiati si stabilirebbe nei paesi vicini, l’esperienza del 2017 dimostra che un numero significativo potrebbe raggiungere gli Stati Uniti, dove la popolazione venezuelana aumentò di 140mila persone durante il primo mandato di Trump.
L’esodo precedente fu il risultato del collasso economico venezuelano, alimentato da anni di cattiva gestione di PDVSA (l’azienda di Stato per il petrolio), dall’iperinflazione e, successivamente, dalle sanzioni statunitensi inasprite a partire dal 2017. Diversi studi, incluso uno del Center for Economic and Policy Research, indicano che le sanzioni, in particolare quelle petrolifere del 2019, hanno aggravato la crisi tagliando la principale fonte di valuta straniera del paese, accelerando il crollo del PIL e peggiorando la scarsità di alimenti e medicinali.
La migrazione complessiva tra il 2017 e il 2021 ha superato i 5 milioni di persone, configurandosi come una delle più grandi esodi al mondo.
Nonostante il massiccio dispiegamento navale statunitense, che include la portaerei Gerald Ford e 15mila militari, Trump ha inviato segnali contraddittori. Alterna minacce di operazioni terrestri a gesti diplomatici, come le telefonate a Maduro e la ripresa dei voli di deportazione di migranti venezuelani. Analisti affermano che il presidente oscilla tra pressioni militari e tentativi di negoziato, influenzato dalle tensioni interne tra figure come Marco Rubio, favorevole al cambio di regime, e Ric Grenell, più orientato al dialogo.
Nel frattempo, a Caracas, Maduro ha rafforzato la propria sicurezza e mantiene una posizione ferma nel non lasciare il potere. Il chavismo interpreta come un segnale di de-escalation la ripresa dei voli di deportazione e la pubblicazione della nuova Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti, che riesuma la dottrina Monroe e riafferma l’America Latina come zona di interesse strategico per Washington, nonostante le contraddizioni con il dichiarato “non interventismo”.
Parallelamente, il governo statunitense ha annunciato la sospensione temporanea delle richieste migratorie provenienti da Venezuela, Cuba, Haiti e altri 16 paesi, nell’ambito di una revisione approfondita dei rischi per la sicurezza nazionale. La decisione è stata influenzata anche da un recente attacco a Washington D.C. attribuito a un immigrato afgano entrato negli Stati Uniti nel 2021. Tra minacce, telefonate e pressioni politiche, il rapporto tra Washington e Caracas resta segnato dall’incertezza. La possibilità di un intervento militare rimane aperta, anche se sempre più contestata, mentre il Venezuela rimane in allerta di fronte a una crisi che potrebbe riattivare una nuova ondata migratoria nella regione.