Venezuela. La strategia di Trump tra dottrina Mmonroe e diplomazia performativa

di Giuseppe Lai

Le recenti tensioni tra Stati Uniti e Venezuela e il dispiegamento di forze navali americane nel mar dei caraibi contro il narcotraffico si inseriscono in una cornice narrativo-strategica che evoca la storia passata e va ben oltre l’attuale mandato presidenziale di Donald Trump. Una delle radici storiche di tale narrazione è la cosiddetta dottrina Monroe, enunciata il 2 dicembre 1823 dall’allora presidente statunitense James Monroe davanti al Congresso americano. Il celebre discorso, riassumibile nello slogan “l’America agli americani”, metteva in rilievo la volontà di indipendenza e di neutralità dell’intero continente americano rispetto alle tendenze colonizzatrici dell’Europa nel Sudamerica, in atto nel periodo successivo alla fine della Rivoluzione francese e alla sconfitta di Napoleone Bonaparte.
Sul piano culturale esse miravano a contrastare la diffusione delle idee liberali e rivoluzionarie dagli Stati Uniti all’America Latina, dove erano attivi movimenti di indipendenza finalizzati alla liberazione dal dominio coloniale spagnolo. Da una prospettiva geopolitica, questa azione di contrasto si inseriva nel disegno più ampio della “Santa Alleanza”, la coalizione formata dalle grandi potenze europee come Russia, Austria e Prussia: ripristinare e consolidare il sistema di monarchie ereditarie che caratterizzava il vecchio continente prima della Rivoluzione francese.
Tra i propositi dell’Alleanza anche il “principio di intervento”, ossia la possibilità di intervenire militarmente contro i tentativi di indipendenza. In risposta a tali disegni egemonici la dottrina Monroe asseriva che l’Europa non avrebbe dovuto più accampare pretese non solo sugli Stati Uniti, ma su tutto il continente americano, inclusa dunque l’America Latina. L’intento era anche economico: scoraggiare un’eventuale ingerenza delle potenze europee nelle relazioni commerciali e diplomatiche che gli Stati Uniti stavano stringendo con i nuovi Stati latinoamericani. Con l’inizio del nuovo secolo e il susseguirsi di eventi come la presidenza di Theodore Roosevelt, la prima guerra mondiale e i mutamenti nel quadro geopolitico globale, la dottrina Monroe da baluardo contro l’influenza coloniale europea cominciò ad essere applicata in chiave interventista, al fine di legittimare una lunga serie di azioni militari e pressioni politico-economiche degli Stati Uniti in vari Paesi dell’America centrale e del mar dei caraibi: Cuba, Nicaragua, Repubblica Dominicana e Haiti. Tale svolta imperialista sarebbe proseguita negli anni a venire caratterizzando di fatto la politica estera statunitense per giungere fino ai giorni nostri con i due mandati presidenziali di Donald Trump. Il Tycoon segna un cambio di passo nell’evoluzione storica della dottrina Monroe. Egli rielabora il principio interventista della supremazia statunitense nell’emisfero occidentale attuando una presa di distanza dai canoni classici della diplomazia, fondati sul negoziato multilaterale, sulla discrezione e sulla coerenza strategica. La sua postura si richiama a forme originali di deterrenza teatrale, che include atti di forza unilaterali, minacce, gesti e dichiarazioni provocatorie che diffondono un’immagine di potenza attraverso la comunicazione.
E’ la “diplomazia performativa”, una variante della cosiddetta “democrazia performativa”, quell’intreccio tra democrazia, retorica e arte teatrale risalente all’antica Grecia che sanciva il nesso tra performance artistica e comunicazione politica, dove il discorso dell’oratore era sostenuto dalla gestualità e da atteggiamenti atti a persuadere la platea dei convenuti. La questione Venezuela rientra a pieno titolo in questa narrazione in stile trumpiano. in primis per l’obbiettivo dichiarato da The Donald di colpire le reti di narcotraffico del Paese. Un intervento che, secondo un gruppo di esperti indipendenti dell’ONU, sarebbe una palese violazione di sovranità. In secondo luogo, le stesse Nazioni Unite, nel Rapporto 2025 sulle droghe evidenziano che solo il 5% della produzione di droga, prodotta in Colombia, transita attraverso il Venezuela nel suo cammino verso Stati Uniti ed Europa. Occorre infatti tener presente che le rotte della droga seguono logiche ben precise: vicinanza ai centri di produzione, facilità di trasporto, corruzione delle autorità locali e presenza di reti criminali affidabili. In termini operativi, le rotte passano attraverso il Pacifico verso l’Asia, attraverso i Caraibi orientali verso l’Europa, e via terra, attraversando l’America centrale e il Messico, verso gli Stati Uniti. Il Venezuela non soddisfa quasi nessuno di questi criteri.
Affacciato sull’Atlantico meridionale, è geograficamente svantaggiato per tutte e tre le rotte principali e sul piano logistico è ritenuto un attore marginale nel grande teatro del narcotraffico internazionale. Ciò è confermato da istituzioni autorevoli come Europol e Interpol, non inclini a considerare il Venezuela un narcostato, che per definizione è un Paese “il cui governo controlla, facilita e trae profitto in maniera sistemica dal narcotraffico”. Alla luce di tali osservazioni e della inconsistenza di “prove sul terreno” tali da giustificare un intervento militare, il dispiegamento delle forze statunitensi nel mar dei caraibi al largo del Venezuela è interpretabile come declinazione di quella diplomazia performativa prima accennata. Il fulcro mediatico e operativo di tale strategia è la USS Gerald R. Ford, la più avanzata portaerei al mondo, che incarna una proiezione di potenza, una dimostrazione simbolica della volontà statunitense di riaffermare la propria centralità, grazie anche all’imponente dispositivo di contesto: oltre 10.000 truppe statunitensi dispiegate nell’area, tra cui 4.500 marines, 8 navi da guerra, un sottomarino nucleare, droni, aerei da sorveglianza e una squadriglia di F-35.
Il risultato è la massimizzazione dell’impatto mediatico, funzionale alla creazione di una percezione globale del potere americano. Ciò prescinde dai codici tradizionali della diplomazia e dal rispetto di vincoli e autorizzazioni nazionali e internazionali, sostituiti da azioni indipendenti. Lo dimostra la scelta di Trump di non rivolgersi al Congresso, nonostante si tratti di operazioni a rischio escalation. In tal senso, il messaggio trasmesso è che l’America non ha bisogno di legittimazioni se agisce nel suo “giardino di casa”, l’America Latina appunto. Ma questo “giardino” oggi è minacciato non tanto dai cartelli della droga, piuttosto dalla penetrazione strategica di competitors come Russia, Cina e Iran, sempre più presenti nel continente sudamericano. E’ dunque presumibile che la “Donroe Doctrine” (fusione tra il nome di Trump e la dottrina Monroe ottocentesca) così ribattezzata dalla stampa americana, si rivolga anche a questi avversari degli Stati Uniti e alleati del Venezuela, dove hanno investito in settori energetici e militari strategici. La posta in gioco è un’area geopoliticamente importantissima, essendo il Venezuela tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E gli Stati Uniti sono tra i principali importatori di petrolio venezuelano, circa 224mila barili al giorno nel 2024, pari a tre quarti dell’export nazionale. Ciò farebbe pensare che proprio il petrolio sia uno dei motivi principali dell’aggressività americana verso il Venezuela, come ha dichiarato nel suo libro di memorie James Comey, l’ex direttore dell’Fbi. Donald Trump gli avrebbe riferito che quello del presidente venezuelano Maduro era “un governo seduto su una montagna di petrolio che noi dobbiamo comprare”. Non c’entrano, dunque, droga o criminalità, semplicemente petrolio che sarebbe meglio non pagare.