Venezuela. L’Assemblea Nazionale vota l’uscita dalla Corte penale internazionale

di Giuseppe Gagliano

L’Assemblea Nazionale venezuelana ha abrogato l’adesione allo Statuto di Roma quale scelta politica netta, che colloca Caracas dentro una frattura sempre più profonda dell’ordine internazionale: quella tra chi rivendica la centralità della sovranità statale e chi continua a difendere un sistema di giustizia penale sovranazionale ormai percepito come selettivo e politicizzato.
Con il voto unanime del Parlamento, il Venezuela avvia formalmente il processo di uscita dalla Corte penale internazionale, un’istituzione che per il chavismo ha smarrito ogni pretesa di neutralità. La motivazione ufficiale richiama la mancata azione della Corte sui presunti crimini commessi in Palestina e denuncia un doppio standard che colpisce alcuni Stati e ne protegge altri. Ma dietro questa narrativa si muove una partita molto più concreta e interna.
Dal 2018 la Corte penale internazionale indaga sui presunti crimini contro l’umanità commessi in Venezuela durante la repressione delle proteste del 2017. Un dossier che non è mai stato archiviato e che, anzi, nel 2023 è stato confermato nella sua piena operatività, nonostante le obiezioni di Caracas. L’uscita dallo Statuto di Roma non cancella queste indagini, ma rappresenta un atto di rottura deliberato, un rifiuto esplicito di cooperare con un’istituzione percepita come ostile.
La chiusura dell’ufficio tecnico della CPI a Caracas, motivata dall’assenza di collaborazione da parte del governo, ha sancito la fine di ogni illusione di dialogo. Da quel momento, il conflitto è diventato apertamente politico.
Il richiamo alla causa palestinese svolge una funzione chiara: inserire la decisione venezuelana in una cornice di denuncia dell’ordine globale dominato dall’Occidente. Per il chavismo, la CPI non è uno strumento di giustizia universale, ma un ingranaggio di quello che definisce “colonialismo legale”, incapace di colpire i forti e inflessibile con i deboli.
L’opposizione, esclusa dal processo legislativo, legge invece la mossa come un atto di autoconservazione del potere, finalizzato a proteggere l’élite governativa da future responsabilità penali. Due narrazioni opposte, entrambe funzionali a un Paese profondamente polarizzato.
L’uscita del Venezuela dalla CPI (alla quale non partecipano neppure gli Usa e Israele) si inserisce in una tendenza più ampia di contestazione delle istituzioni multilaterali. Non è un caso isolato, ma il riflesso di un sistema internazionale in cui la giustizia è sempre più subordinata ai rapporti di forza. Ogni ritiro indebolisce l’universalità della Corte e rafforza l’idea che il diritto internazionale sia applicabile solo dove non entra in conflitto con interessi strategici maggiori.
Al tempo stesso, la mossa di Caracas rafforza i legami politici con quei Paesi che condividono una visione critica dell’ordine liberale occidentale, ma accentua l’isolamento rispetto a Stati e istituzioni che continuano a riconoscere nella CPI uno strumento, seppur imperfetto, di accountability globale.
Il periodo di 12 mesi previsto prima che l’uscita diventi effettiva mantiene formalmente il Venezuela vincolato allo Statuto di Roma. Ma sul piano politico la rottura è già consumata. La scelta venezuelana non risolve il nodo della giustizia internazionale, lo espone. Mostra un sistema incapace di imporsi come realmente universale e sempre più vulnerabile alla logica dei blocchi.
Il Venezuela non esce solo dalla CPI. Esce da un’idea di ordine giuridico globale che, agli occhi di molti Stati, ha smesso da tempo di essere credibile.