di Carmine Stabile –
Le risposte più semplici si celano spesso nell’analisi dei fabbisogni di mercato: in questo caso specifico, nell’esigenza di uno o più Stati di consolidare la propria autodeterminazione. In questa finestra storico-temporale è lecito chiedersi cosa muova realmente i “nervi di guerra”. La risposta è sottile e risiede nella lotta per la supremazia tra interessi occidentali e orientali. Guardando la storia sotto quest’ottica, è possibile ricondurre il filo conduttore alla contrapposizione economica tra l’asse USA-NATO e il blocco BRICS.
Considerando gli eventi di crisi delle ultime ore, la mirata reazione americana potrebbe essere volta a lanciare un chiaro segnale di contrasto a uno dei principali partner dei BRICS, nel tentativo di arginarne l’espansione economica?
Chi sono i BRICS?
Con l’acronimo BRICS si fa riferimento, dal 2009 a oggi, a quei Paesi emergenti potenzialmente in grado di ridefinire gli equilibri globali. Attualmente il blocco comprende: Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran e Indonesia.
Le criticità di questa organizzazione intergovernativa risiedono nel contrasto con i principi delle democrazie occidentali. I principali punti di rottura si riscontrano in due fattori: in primo luogo, la volontà di creare un sistema economico-finanziario non più centrato sul dollaro; in secondo luogo, un modello politico caratterizzato dall’assenza di pluralismo, spesso sovrastato da autorità assolute.
All’interno di questa visione globale si colloca la crisi venezuelana. Su larga scala, a differenza dei conflitti in Ucraina o in Medio Oriente, questo scenario appare ancora più ampio, poiché proporzionalmente maggiori sono gli interessi economici in gioco.
La fascia dell’Orinoco e il rapporto con la Cina.
La “Fascia dell’Orinoco” è un bacino petrolifero situato tra gli stati di Guárico e Delta Amacuro. Rappresenta la ricchezza strategica di Caracas e, allo stesso tempo, la “miniera nera” dei suoi partner. Secondo fonti OPEC, il Venezuela detiene il primato mondiale per riserve di greggio, stimato in circa 303,22 miliardi di barili (il 19% delle riserve mondiali).
Questa statistica è determinante per i rapporti transoceanici con Russia e Cina. Proprio Pechino è il principale partner commerciale del Venezuela. Il legame strutturale tra i due Paesi risale al 2007, anno cruciale in cui l’allora presidente Hugo Chávez decise di finanziare le “Missioni Bolivariane”, cioè programmi politici volti a rafforzare il consenso, attraverso fondi cinesi. Come misura preventiva, il governo di Pechino subordinò l’erogazione dei prestiti all’uso delle forniture petrolifere come garanzia reale.
Recessione o ripresa?
Con occhio retrospettivo, il caso venezuelano può essere associato al paradosso economico della “sindrome olandese” (teorizzata nel 1977), secondo cui l’abbondanza di risorse naturali può paradossalmente danneggiare l’economia di un Paese anziché sollevarla.
L’analisi del PIL offre una prospettiva quantitativa essenziale per comprendere l’entità della crisi. Secondo le recenti rilevazioni della Banca Centrale, il sistema economico ha registrato un’espansione dell’8,7% rispetto all’anno precedente (un netto miglioramento rispetto al +6,7% del periodo precedente). Lo stimolo è guidato da due fattori: l’attività petrolifera, cresciuta del 16,1%, e quella non petrolifera, aumentata del 6,1%.
In conclusione, quantificare l’entità dei danni che investiranno il Paese appare oggi un’impresa ostica. Il quadro attuale resta complesso: il Venezuela si trova sospeso tra un promettente rimbalzo statistico e l’incognita di un collasso sistemico, indissolubilmente legato alle repentine evoluzioni geopolitiche globali.
















