di Giovanni Migotto –
Dalla salita al potere di Hugo Chávez, e successivamente di Nicolás Maduro, il Venezuela si è progressivamente isolato sul piano internazionale. A partire dagli anni Duemila il suo peso geopolitico è andato diminuendo e oggi la proiezione esterna del Paese risulta fortemente limitata dalla profonda crisi economica interna, dalle gravi violazioni dei diritti umani e dalle tensioni con i Paesi vicini e con l’Occidente.
Il regime tenta di sopravvivere mantenendo un fragile equilibrio tra retorica nazionalista e necessità diplomatiche, e in questo contesto si inserisce la controversia con la Guyana per l’Esequibo, territorio ricchissimo di risorse petrolifere offshore, che rischia di minare la stabilità dell’intera area sudamericana.
Le radici del conflitto risalgono al Laudo Arbitral di Parigi del 1899, che assegnò alla Guyana britannica circa 160mila kmq di territorio ricco di risorse naturali. Il Venezuela inizialmente accettò la decisione, ma nel 1962 cominciò a contestarla sostenendo che l’arbitrato fosse stato viziato da pressioni politiche.
Un tentativo di soluzione fu l’Accordo di Ginevra del 1966, che prevedeva una risoluzione pacifica e, in caso di mancato accordo, il ricorso a un organismo internazionale. Tuttavia la disputa rimane irrisolta.
Negli ultimi anni Caracas ha adottato misure unilaterali, come il referendum del 2023 per la creazione dello “Stato Guayana Esequiba” e l’estensione della cittadinanza venezuelana agli abitanti della regione. Queste iniziative hanno attirato ammonimenti dalla Corte Internazionale di Giustizia e favorito un crescente avvicinamento tra Georgetown e Washington.
L’Esequibo ha oggi una rilevanza strategica cruciale: grazie alle esplorazioni di compagnie come ExxonMobil, la produzione petrolifera ha superato i 380.000 barili al giorno, con stime di crescita fino a 800.000 barili quotidiani nei prossimi anni. Ciò conferisce alla disputa un peso geopolitico che oltrepassa i confini regionali, trasformandola in un nodo in cui si intrecciano nazionalismo, risorse e dinamiche globali.
Parallelamente, i rapporti con i Paesi occidentali restano tesi e le relazioni con Washington seguono una logica di conflitto. L’amministrazione Trump, tornata al potere nel 2024, ha adottato una linea dura contro Maduro: accuse di narco-terrorismo, rilancio della narrativa sul Cartel de los Soles e, di recente, l’annuncio di una taglia da 50 milioni di dollari sul presidente venezuelano.
Sul fronte migratorio, il 3 settembre 2025 gli Stati Uniti hanno revocato il Temporary Protected Status (TPS) per i migranti venezuelani, colpendo centinaia di migliaia di persone fuggite dalla crisi.
La tensione è esplosa ulteriormente dopo l’attacco a un’imbarcazione sospetta al largo delle coste caraibiche, in cui un’operazione statunitense ha causato la morte di 11 persone. Washington ha giustificato l’azione come parte della sua guerra al narcotraffico, mentre Caracas l’ha interpretata come una provocazione militare e una violazione della sovranità nazionale.
Maduro ha denunciato la presenza di missili, truppe e persino di un sottomarino statunitense diretti contro il Venezuela, parlando di rischio di “invasione imminente” e minacciando in un discorso televisivo di ricorrere alla lucha armada per difendere il Paese, alimentando la retorica anti-imperialista.
Eppure, nonostante l’escalation, nei mesi precedenti erano emersi segnali di apertura, come la decisione della Casa Bianca di autorizzare Chevron a riprendere le attività in Venezuela e il rilascio del veterano statunitense Luke St. Clair, detenuto a Caracas con accuse di spionaggio.
Per rompere l’isolamento, Maduro ha rafforzato le alleanze con Russia, Cina, Iran e altri Paesi. Nel maggio 2025 ha firmato a Mosca un accordo di partenariato strategico con Vladimir Putin, che include cooperazione energetica, commerciale, diplomatica e militare, oltre alla resistenza comune contro le sanzioni.
Questa intesa si inserisce nella traiettoria avviata da Chávez e consolidata da Maduro: un avvicinamento all’asse anti-occidentale. Oltre alla Russia, Cina e Iran restano partner chiave in ambito energetico e politico, mentre Cuba, Nicaragua, Turchia, Bielorussia, Qatar e Corea del Nord figurano tra i principali alleati del regime.
Al contrario, gran parte dell’Occidente e diversi Paesi latinoamericani riconoscono Edmundo González Urrutia come presidente legittimo, rafforzando così la contrapposizione internazionale.
Il Venezuela di Nicolás Maduro si presenta oggi come un attore contraddittorio: isolato dall’Occidente e colpito da dure sanzioni, ma ancora capace di influenzare l’agenda regionale, seppur da una posizione di debolezza.
La disputa sull’Esequibo rappresenta un collante interno per il regime, alimentando il nazionalismo e distraendo dalla crisi economica. Lo scontro con gli Stati Uniti, rilanciato da misure punitive e retorica bellicista, rafforza la narrativa chavista dell’anti-imperialismo.
Tuttavia, dietro la retorica di resistenza, restano margini fragili di dialogo. Le alleanze con Russia, Cina e Iran garantiscono sostegno e risorse, ma accentuano la dipendenza da un blocco autoritario sempre più compatto.
Il futuro resta incerto: la Corte Internazionale di Giustizia e attori regionali come Brasile e CARICOM avranno un ruolo chiave nel contenere la crisi dell’Esequibo, mentre molto dipenderà dall’evoluzione della politica statunitense.
La linea muscolare di Trump rischia di spingere lo scontro oltre la diplomazia, ma le interdipendenze energetiche potrebbero mantenere vivo un fragile equilibrio.
In questo scenario Maduro appare indebolito ma non sconfitto: il suo regime sopravvive sfruttando le contraddizioni del sistema internazionale e resta un nodo irrinunciabile nello scacchiere globale.












