di Giuseppe Gagliano –
Il messaggio natalizio diffuso da Nicolás Maduro non è stato un semplice augurio, ma un atto politico pienamente inserito nel clima di crescente tensione con gli Stati Uniti. Mentre il presidente venezuelano parlava di pace, unità familiare e diritto alla felicità, il contesto era tutt’altro che conciliatorio: sequestri di petroliere, rafforzamento militare statunitense nei Caraibi, accuse di narcotraffico e minacce sempre più esplicite provenienti da Washington.
Maduro ha scelto consapevolmente il Natale come cornice simbolica. Non per smorzare i toni, ma per contrapporre una narrazione morale e identitaria a quella americana: da un lato un Paese che rivendica il diritto a celebrare e a vivere senza guerra, dall’altro una superpotenza che, secondo Caracas, usa la forza e le sanzioni come strumenti ordinari di pressione politica.
L’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump ha intensificato negli ultimi mesi la propria presenza militare nella regione, una delle più imponenti degli ultimi decenni nel bacino caraibico. La giustificazione ufficiale è la lotta ai cartelli della droga, accusati di operare dal territorio venezuelano. Ma questa narrativa si intreccia sempre più apertamente con il dossier energetico.
Il sequestro di petroliere e il blocco delle navi sanzionate in entrata e in uscita dal Venezuela colpiscono direttamente il cuore dell’economia venezuelana: il petrolio, principale fonte di entrate dello Stato. Non si tratta solo di misure punitive, ma di un tentativo di strangolamento economico che mira a ridurre drasticamente la capacità di sopravvivenza del sistema chavista.
Trump ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, arrivando a evocare la possibilità di designare il governo venezuelano come organizzazione terroristica straniera. Una mossa che avrebbe un peso politico e giuridico enorme, perché sposterebbe il confronto da un piano di sanzioni e pressioni a uno di vera e propria criminalizzazione del potere statale.
Secondo la Casa Bianca, il governo di Maduro utilizzerebbe le risorse petrolifere per finanziare narcoterrorismo, traffico di esseri umani e violenze sistematiche. Caracas respinge queste accuse come costruzioni strumentali, funzionali a giustificare un’aggressione contro la sovranità nazionale. In questa logica, il linguaggio della sicurezza serve a mascherare una strategia di controllo delle risorse e di riequilibrio forzato degli assetti regionali.
La crisi non resta confinata al rapporto bilaterale tra Washington e Caracas. La Cina è intervenuta apertamente, criticando il sequestro delle petroliere venezuelane e denunciando una violazione grave del diritto internazionale. Pechino rivendica il diritto del Venezuela a intrattenere relazioni economiche autonome e a sviluppare cooperazioni reciprocamente vantaggiose, segnando una distanza netta dalla linea statunitense.
Questo sostegno non è solo politico, ma strategico. Il Venezuela diventa così uno dei teatri della competizione globale, dove le sanzioni e le operazioni di interdizione economica si inseriscono in un confronto più ampio tra modelli di potere e sfere di influenza.
Il messaggio natalizio di Maduro, letto in controluce, non è un appello alla tregua ma una denuncia preventiva. Serve a costruire una legittimazione interna e internazionale di fronte a uno scenario che il governo venezuelano descrive come sempre più minaccioso. La guerra, evocata e negata allo stesso tempo, diventa uno strumento retorico che prepara il terreno a qualsiasi sviluppo.
In questo quadro, il Natale non segna una pausa, ma un passaggio simbolico. La crisi tra Stati Uniti e Venezuela entra in una fase in cui la pressione militare, economica e comunicativa si sovrappongono, rendendo sempre più labile il confine tra deterrenza e confronto aperto. E il messaggio che arriva da Caracas è chiaro: la pace viene invocata proprio perché la guerra, per la prima volta dopo anni, viene percepita come una possibilità concreta.












