di Paolo Menchi –
La Asamblea Nacional del Venezuela ha approvato giovedì scorso una profonda riforma della Ley Orgánica de Hidrocarburos che apre completamente il settore petrolifero alla partecipazione di imprese private nazionali e straniere. Si tratta di una svolta storica che segna la fine di oltre due decenni di controllo chavista sull’industria energetica del Paese e arriva in un contesto politico e geopolitico senza precedenti, a meno di un mese dall’arresto del presidente Nicolás Maduro in un’operazione militare condotta dagli Stati Uniti.
La riforma è stata proposta proprio dalla nuova leadership chavista che ha assunto il potere dopo la cattura di Maduro,
Il nuovo testo legislativo offre maggiori garanzie agli investitori privati, riduce la pressione fiscale sul settore e, soprattutto, cede allo spazio privato il controllo dell’esplorazione petrolifera, un ambito che per decenni era rimasto saldamente nelle mani dello Stato.
La decisione rappresenta un netto cambio di rotta rispetto al passato. Un quarto di secolo dopo l’avvio del controverso processo di statalizzazione promosso da Hugo Chávez, il Venezuela sembra ora voltare pagina, riaprendo le porte (e i pozzi) a molte delle stesse compagnie internazionali che erano state espropriate e nazionalizzate all’inizio degli anni Duemila. Sebbene le imprese straniere abbiano mantenuto una presenza limitata anche dopo la nazionalizzazione del 1976, il ruolo dominante dello Stato si era ulteriormente rafforzato durante la presidenza Chávez, culminando in una politica sistematica di espropri.
Secondo diversi analisti, con l’approvazione della riforma si chiude definitivamente quella stagione. «Oggi si conclude formalmente l’era della nazionalizzazione petrolifera. Oggi si mette fine anche alla politica di espropriazioni del governo Chávez», ha scritto sul social X José Ignacio Hernández, avvocato venezuelano esperto di diritto costituzionale e consulente per imprese internazionali. Sulla stessa linea Francisco Monaldi, direttore del programma latinoamericano di energia del Baker Institute della Rice University di Houston: «Oggi è stato sepolto il modello di sovranità petrolifera di Chávez. Il settore privato può produrre ed esportare greggio, la partecipazione dello Stato può essere ridotta a livelli minimi, senza consultare l’Asamblea Nacional. È la fine della rivoluzione».
La riforma arriva in un momento critico per l’industria petrolifera venezuelana, duramente colpita da anni di disinvestimenti, corruzione e cattiva gestione. Nel 2025 la produzione ha raggiunto 1,2 milioni di barili al giorno, un risultato significativo rispetto ai circa 300.000 barili giornalieri del 2020, ma ancora lontano dai 3 milioni di barili al giorno toccati nel periodo di massimo splendore all’inizio del secolo.
Il nuovo corso si inserisce anche nel rinnovato protagonismo degli Stati Uniti, che dopo l’operazione militare a Caracas hanno annunciato l’intenzione di tornare a operare nel Paese. L’amministrazione Trump ha dichiarato che le grandi compagnie petrolifere statunitensi investiranno fino a 100 miliardi di dollari per rilanciare il settore e Washington ha già assunto un ruolo centrale nella gestione e nella commercializzazione del greggio venezuelano.
Con questa riforma, il Venezuela apre una nuova fase della propria storia economica e politica, archiviando simbolicamente l’eredità del chavismo nel settore più strategico del Paese e scommettendo sul capitale privato come motore della ricostruzione.












