Venezuela: Washington alza il tiro

di Giuseppe Gagliano

Gli Stati Uniti si preparano a inaugurare una fase più aggressiva delle loro operazioni contro il governo di Nicolas Maduro. Le fonti che parlano con Reuters raccontano un clima di attesa: non è chiaro quando inizierà l’azione né quale sarà la sua portata, ma è evidente che l’amministrazione Trump vuole trasformare la pressione politica in una leva militare e psicologica. Gli avvistamenti della portaerei Gerald R. Ford nei Caraibi e il movimento del gruppo d’attacco verso sud rientrano in un disegno di proiezione di forza destinato a ridefinire i rapporti di potere nel Mar dei Caraibi.
Porto Rico si è trasformato di fatto nella piattaforma logistica della nuova postura statunitense: esercitazioni intense, movimenti di navi e aerei, una presenza costante che suggerisce una fase attiva di deterrenza e preparazione. L’accenno ad “operazioni segrete” da parte di funzionari di Washington indica l’avvio di una campagna a più livelli, dove la pressione militare fa da cornice a un’offensiva politica e informativa.
L’inquadramento del Cartel de los Soles come “organizzazione terroristica straniera” è uno snodo centrale. Non si tratta solo di contrasto al narcotraffico: è una costruzione politica utile a giustificare interventi unilaterali e azioni sotto il cappello della legittima difesa. Che il “cartello” non esista come struttura organizzata, come ricordano sia la DEA sia analisti latinoamericani, mostra una dinamica più complessa: la trasformazione di un’espressione giornalistica in una categoria giuridico-politica funzionale alle strategie di Washington. La guerra alla droga torna così a essere un dispositivo geopolitico.
Le simulazioni americane mostrano che la caduta di Maduro non garantirebbe stabilità: il Paese è frammentato, con forze armate non omogenee, milizie, gruppi armati e una profonda frattura politica. Un regime change “rapido” potrebbe trasformarsi in un conflitto interno per il controllo delle risorse petrolifere, delle frontiere e dei centri urbani. Il precedente di Iraq, Afghanistan e Libia aleggia su ogni valutazione strategica. Le stesse dichiarazioni di Trump, che non esclude un’invasione di terra, aumentano l’incertezza su un possibile scenario di intervento diretto.
Le operazioni statunitensi, giustificate dall’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, vengono contestate da esperti di diritto internazionale che parlano apertamente di possibile crimine di guerra. Le uccisioni di circa ottanta persone in operazioni marittime contro presunti trafficanti aggravano la questione, spingendo la disputa dal piano geopolitico a quello normativo. Si apre così un fronte che riguarda la legittimità dell’uso della forza e la capacità di Washington di costruire consenso multilaterale.
María Corina Machado annuncia di essere pronta a guidare una transizione immediata. Ma la realtà sul terreno è molto più fragile di quanto sembri: l’opposizione venezuelana è storicamente divisa, il tessuto istituzionale indebolito e l’economia in frantumi. Senza un disegno credibile di ricostruzione, il rischio è che un vuoto di potere apra la strada a un conflitto multi-attore, con interferenze di attori regionali e competizione per le risorse.
L’idea, trapelata dal Washington Post, di lanciare volantini su Caracas per offrire una ricompensa da cinquanta milioni di dollari per la cattura di Maduro rivela la dimensione cognitiva delle operazioni statunitensi. Non è solo pressione militare: è guerra psicologica mirata a fratturare l’élite di governo e a incoraggiare defezioni. Una tattica che punta a logorare il sistema più dall’interno che con un attacco frontale.
Washington vuole forzare Maduro al tavolo o innescare un cambio di regime? Le due opzioni non sono compatibili e, senza una strategia coerente, rischiano di generare un’escalation incontrollabile. La combinazione di pressione navale, operazioni coperte e retorica antinarcotici può produrre un effetto boomerang: un conflitto regionale, un aumento delle migrazioni e una destabilizzazione del mercato petrolifero.
Il Venezuela torna così al centro del confronto fra forza militare, costruzione narrativa e interessi strategici americani. È una partita che si gioca sui mari dei Caraibi, nei palazzi di Caracas e nei corridoi di Washington, e che può ridisegnare gli equilibri del continente.