di Enrico Oliari –
E’ durato circa due ore l’incontro di Anchorage, in Alaska, tra il presidente russo Vladimir Putin e il padrone di casa, Donald Trump. Sul tavolo soprattutto il dossier ucraino, ma anche temi importanti come l’influenza sull’Artico e la cooperazione energetica.
Grandi assenti il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, a cui sarà riservato con tutta probabilità un secondo vertice, e l’Unione Europea, la quale dopo essersi schierata nel conflitto tradendo la sua missione pacifista e mediatrice, ha visto calare inesorabilmente il proprio peso politico.
Trump insomma tenta di fare ciò che i burocrati di Bruxelles hanno sempre fatto di tutto per evitare, cioè dialogare con la controparte per giungere a un compromesso e fermare il dilaniante conflitto ucraino. Una guerra sporca, fatta di interessi che spaziano dall’energia, che oggi gli europei comprano dagli Usa a quattro volte il prezzo russo, al RearmEu, cioè migliaia di miliardi di euro per acquistare armi, soprattutto dagli Usa. Il tutto per portare l’Ucraina nella Nato e piazzare basi militari lungo i 1700 km di confine con la Russia.
In conferenza stampa di due leader hanno sostanzialmente parlato di “negoziati costruttivi, ma ancora non c’è un accordo”, né diversamente poteva essere, mancando una delle controparti.
Il presidente russo ha spiegato che le relazioni tra Stati Uniti e Russia erano scese al punto più basso dai tempi della Guerra Fredda, per cui era divenuto necessario “passare dalla conflittualità al dialogo”, in quanto Mosca “è sinceramente interessata a porre fine al conflitto ucraino, ma per questo è necessario eliminare le sue cause primarie”. Ha quindi notato la volontà di Trump di favorire la risoluzione del conflitto ucraino affrontando le “cause primarie”, tenendo conto delle “legittime preoccupazioni della Russia” e ristabilendo un “equilibrio giusto nel campo della sicurezza in Europa e nel mondo intero”.
Per il capo del Cremlino è necessario garantire la sicurezza dell’Ucraina “e la Russia è pronta a farlo”, ma né Kiev ne’ gli europei non devono “porre ostacoli” o “sabotare i progressi raggiunti”.
Infine si è lasciato andare affermando che se Trump fosse stato presidente nel 2022, “non ci sarebbero state azioni belliche in Ucraina”.
Tutto ruota quindi intorno alla soluzione delle “cause primarie”, che Mosca vede innanzitutto nella richiesta di adesione dell’Ucraina alla Nato, nell’assenza di tutela, come invece era previsto dal Protocollo di Minsk-2 (2015), delle minoranze russofone del Donbass e nel mancato riconoscimento delle autonomie di Lugansk e Donetsk.
Donald Trump ha ammesso che sono stati raggiunti molti accordi, ma non tutti quelli che avrebbe desiderato, e ha detto che avrebbe fatto avere da lì a breve il quadro della situazione agli alleati Nato e al presidente ucraino Volodymyr Zelensky.
Ha poi spiegato ai giornalisti che si è parlato nel vertice di “scambio dei territori” e messa lì un’idea, ma che “ora spetta a Zelensky chiudere l’accordo, al prossimo incontro ci sarà anche lui”.
La delegazione russa, composta tra gli altri dal ministro della Difesa Andrey Belousov, da quello degli Esteri Sergey Lavrov e da quello delle Finanze Anton Siluanov, ha espresso all’unanimità soddisfazione per i risultati raggiunti, un “colloquio fantastico”, secondo l’inviato speciale di Putin per la Cooperazione economica Kirill Dmitriev, ripreso dall’Interfax. Belousov, un civile messo a capo della Difesa per riorganizzarla a seguito di scandali di corruzione nelle alte sfere, si è detto alla Tass di “umore eccellente”.
La palla passerà ora a Zelensky, il quale si troverà davanti a una scelta: o seguire la linea di Trump, scordandosi della Nato e cedendo territori per fermare la guerra, o puntare sugli europei combattendo ad oltranza un conflitto ormai compromesso, perdendo il supporto Usa e con i russi che ogni giorni avanzano nel Donbass.












