Vietnam. Si apre il XIV Congresso del Partito Comunista

L’evento a cadenza quinquennale porterà all’elezione della nuova leadership di Hanoi, definendo gli obiettivi chiave per il futuro del Paese.

di Simone Frusciante

Dal 19 al 25 gennaio avrà luogo il XIV Congresso del Partito Comunista del Vietnam, in cui circa 1.600 delegati, rappresentanti degli oltre 5 milioni di iscritti al Partito, nomineranno i 200 membri del Comitato Centrale, che, a loro volta, sceglieranno i 15/20 componenti del Politburo, l’organo più alto del Partito, tra i quali sarà indicato il Segretario Generale, massima carica dello Stato.
Poco dopo il Congresso, il Politburo designerà la leadership del Paese, composta da Presidente, Primo Ministro e Speaker del Parlamento, i cui incarichi dovranno essere approvati dai parlamentari. Le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale vietnamita si terranno tra marzo e maggio. Bisogna ricordare che il Partito Comunista è il solo Partito legalmente riconosciuto in Vietnam.
Sin dalla conclusione del precedente Congresso nel 2021, il Paese ha vissuto anni turbolenti, con vari cambi ai vertici. L’attuale Secretario Generale del Partito To Lam, ex Ministro di Pubblica Sicurezza, ha assunto l’incarico nell’agosto 2024 dopo la morte di Nguyen Phu Trong, che ha guidato il Partito per tre mandati, divenendo figura emblematica del Vietnam in patria e nel mondo.
Nel 2021 fu nominato Presidente Nguyen Xuan Phuc, dimessosi nel 2023 nell’ambito della campagna anticorruzione lanciata dall’allora Segretario Generale. Gli successe Vo Van Thuong, al quale spettò la stessa sorte l’anno seguente. Per alcuni mesi, To Lam ricoprì pure la carica di Presidente, ma avere i due massimi incarichi istituzionali concentrati in una sola persona non era sostenibile, ragion per cui a ottobre 2024 venne eletto l’attuale Presidente Luong Cuong, ex generale dell’esercito.
Alla vigilia del Congresso, vige assoluta riservatezza sui nomi dei candidati per i ruoli di leadership, ma è possibile fare delle ipotesi. Secondo vari osservatori, è molto probabile che To Lam continuerà ad essere il Segretario Generale, godendo di un ampio consenso all’interno del Partito, nonostante si sia imposto come figura fortemente assertiva, artefice di vaste riforme economiche ed amministrative, nonché di un rafforzamento degli apparati di sicurezza, anche a costo di critiche.
Indiscrezioni suggeriscono che To Lam potrebbe cercare di assumere anche l’incarico di Presidente. Quest’ipotesi, pur non essendo una novità (Nguyen Phu Trong ricoprì ambo i ruoli dal 2018 al 2021), romperebbe la leadership collegiale tipica del Partito Comunista del Vietnam, che lo distingue da altri partiti comunisti, come quello cinese, basati su una centralizzazione del potere.
Laddove tale scenario non si avverasse, Luong Cuong potrebbe restare Presidente o essere sostituito dal Ministro della Difesa Phan Van Giang, anch’egli generale dell’esercito, come a rimarcare il peso politico dei militari. Il Premier Pham Minh Chinh, in carica dal 2021, potrebbe essere riconfermato, ma altri nomi che circolano sono l’ex Governatore della Banca Centrale Le Minh Hung, il Ministro di Pubblica Sicurezza Luong Tam Quang e il Vice Primo Ministro Nguyen Hoa Binh.
Sul fronte amministrativo, dopo la nomina a Segretario Generale, To Lam ha dato il via alla revisione degli organi statali con numerosi tagli e accorpamenti. Tra questi, il più discusso è stato la fusione tra Ministero delle Finanze e degli Investimenti. Se ciò ha risposto alle esigenze degli investitori, i quali lamentavano ritardi nell’approvazione dei progetti e nell’implementazione di riforme regolamentari, vista anche la lotta alla corruzione, al contempo ha creato incertezza e disorientamento tra gli stessi, scettici sulla reale portata di suddette misure.
Le previsioni di lungo termine, tuttavia, sono positive, poiché man mano che la riforma viene attuata con efficacia, il Vietnam si trasformerà in una destinazione sempre più attrattiva per gli investimenti esteri, fondamentali per la crescita economica. Per il 2026-2030, il Governo ha posto come obiettivo una crescita del PIL di almeno il 10%, giudicato, però, irrealistico dagli esperti, specie alla luce dei dazi degli Stati Uniti, primo mercato dell’export vietnamita, e alle difficoltà nel creare un sistema in cui il settore privato sia “motore trainante”, pur soggetto al “ruolo di guida” dello Stato.
In politica estera, To Lam ha seguito la “diplomazia del bambù” coniata dal predecessore, mantenendo una posizione di equidistanza tra le grandi potenze, in primo luogo Washington e Pechino. Il Vietnam ha, inoltre, perseguito una logica di multi-allineamento al fine di salvaguardare la propria autonomia strategica. Ciononostante, la “guerra dei dazi” di Donald Trump e la volontà del Segretario Generale di emulare il leader cinese Xi Jinping sul piano interno sembrano spingere in senso contrario, facendo avvicinare costantemente Hanoi al suo grande vicino settentrionale.
In base a quanto sopra riportato, al Congresso del Partito Comunista del Vietnam potrebbero trovarsi a confronto due correnti, quella dell’ambiziosa spinta riformatrice di To Lam, che prevede anche un progressivo accentramento del potere, e quella di chi, invece, sarebbe favorevole ad una alternativa che preveda la maggiore preservazione dei tradizionali meccanismi decisori istituzionali, così come un approccio più equilibrato e moderato in ambito economico e internazionale. Sarà l’esito finale del Congresso a determinare quale tra queste due visioni prenderà il sopravvento.