
di Giuseppe Gagliano –
Il Consiglio di sicurezza Onu ha deciso di chiudere la missione Onu a sostegno dell’accordo di Hodeida: tredici voti favorevoli, nessun contrario, due astensioni. Formalmente è una scelta di efficienza, dettata da un mandato diventato impraticabile. Sostanzialmente è la certificazione di un fatto: quando una missione internazionale non può muoversi, non può verificare, non può garantire sicurezza al proprio personale, smette di essere un dispositivo di stabilizzazione e diventa un bersaglio politico.
La narrativa americana parla chiaro: ostruzionismo Houthi, missione senza scopo, quindi chiusura. Quella britannica mantiene il tono istituzionale ma insiste su un punto che pesa come piombo: il personale Onu è stato limitato, intimidito, e una parte è ancora detenuta. In un contesto del genere, proseguire significa solo consumare simboli.
Hodeida è una città portuale, ma in Yemen un porto è spesso più strategico di un ministero. È l’imbuto di cibo e medicine, il nodo attraverso cui passa la sopravvivenza materiale di milioni di persone. L’UNMHA era nata nel 2019 per evitare una battaglia che avrebbe trasformato quel porto in un campo di rovine e avrebbe spezzato l’ultima arteria umanitaria. La missione, con tutti i suoi limiti, ha avuto una funzione: congelare un fronte che, se si riaccende, produce una catastrofe immediata.
Per questo la chiusura non è neutra. Chiunque controlli Hodeida controlla una leva economica, politica e militare: tasse, flussi commerciali, accesso umanitario, capacità di ricatto. Nel linguaggio della guerra contemporanea, è una “infrastruttura di potere”.
L’argomento russo per l’astensione è rivelatore: Mosca non nega le difficoltà, ma sostiene che la missione abbia ancora un ruolo stabilizzante e funzioni utili, dal monitoraggio dell’accordo al mantenimento del carattere civile dei porti e alle attività di sminamento. È un modo per dire che, anche quando il peacekeeping non risolve, può impedire che la guerra riparta su larga scala.
Il punto è che quel “minimo stabilizzante” richiede una condizione essenziale: libertà di movimento e sicurezza del personale. Se gli Houthi possono detenere membri delle Nazioni Unite e restringere l’ambiente operativo, la missione non è più un arbitro: è una pedina. E un arbitro che diventa pedina viene ritirato dal campo, o viene usato contro chi lo manda.
La chiusura dell’UNMHA avrà un effetto immediato sulla percezione del rischio. Quando il controllo internazionale diminuisce, aumentano l’incertezza e il premio di rischio su trasporti, assicurazioni, forniture. Hodeida e i porti collegati non sono solo terminali umanitari: sono punti di passaggio in un’area, il Mar Rosso, dove ogni tensione si traduce in costi logistici per rotte globali.
In Yemen la guerra è anche una guerra fiscale: chi controlla porti e dogane controlla entrate. Senza una presenza internazionale che aiuti a preservarne almeno formalmente il carattere civile, cresce il rischio che i porti diventino ancor più strumenti militari e di finanziamento della guerra. E questo significa più contrabbando, più rendite di guerra, più dipendenza esterna.
Le astensioni di Russia e Cina non sono un incidente procedurale: indicano che, dentro il Consiglio di Sicurezza, esiste un dissenso sul senso stesso della missione. Per Washington, la missione è finita perché non funziona e perché gli Houthi l’hanno svuotata. Per Mosca, dichiararla “inefficace” significa legittimare l’idea che si chiude quando diventa scomoda, non quando diventa inutile.
C’è anche un altro elemento: la chiusura trasferisce le eventuali funzioni residue all’Ufficio dell’inviato speciale. È un passaggio da una presenza sul campo a una gestione politica più leggera, più diplomatica, meno intrusiva. In pratica: meno occhi, più negoziato. Ma negoziare in Yemen senza strumenti di verifica significa affidarsi alla volontà delle parti. E la volontà, in un conflitto che dura da anni, è merce rara.
Il dato più destabilizzante resta la detenzione di personale Onu e di altri operatori. Qui non c’è solo una questione umanitaria: c’è un precedente strategico. Se detenere funzionari internazionali non ha un costo politico immediato e certo, la pratica diventa un incentivo. E quando il peacekeeping viene percepito come ricattabile, la sua deterrenza morale si dissolve.
La chiusura dell’UNMHA è la fotografia di un multilaterale in difficoltà: non per mancanza di ragioni, ma per mancanza di spazio operativo. Hodeida resta un punto vitale, e proprio per questo sarà sempre contesa. L’Onu esce perché non può più garantire neppure la propria sicurezza; il rischio è che, con l’Onu, esca anche quel minimo di freno che per sei anni ha impedito al porto di tornare un fronte totale. Nel Mar Rosso, e nello Yemen, la stabilità non è una condizione: è una tregua armata. E quando si ritira l’ultimo testimone, le tregue diventano più fragili.











