Yemen. Il Mar Rosso, nuova linea del fronte globale

di Giuseppe Gagliano –

Le minacce degli Houthi contro il traffico marittimo nel Mar Rosso riportano al centro della crisi mediorientale uno dei passaggi strategici più importanti del commercio mondiale. Lo stretto di Bab al Mandeb, porta d’accesso tra Oceano Indiano e Mediterraneo, torna a essere un punto di pressione capace di influenzare non soltanto Israele, ma anche i flussi energetici e commerciali tra Asia, Europa e Medio Oriente.
L’annuncio dei ribelli yemeniti dimostra come, nella guerra contemporanea, la semplice percezione del rischio possa produrre effetti concreti. Non è necessario bloccare fisicamente la navigazione: bastano minacce credibili, attacchi sporadici o allarmi di sicurezza per aumentare i costi assicurativi, deviare le rotte e rallentare le catene logistiche globali. Una strategia già sperimentata durante la crisi del 2023 e del 2024, quando numerose compagnie marittime furono costrette a evitare il Mar Rosso circumnavigando l’Africa.
La forza degli Houthi risiede proprio nella capacità di trasformare una guerra locale in uno strumento di pressione geoeconomica. Missili e droni diventano mezzi per condizionare il commercio internazionale, mentre la costa yemenita assume un valore strategico ben superiore alle sue dimensioni.
Per Israele il fronte yemenita si aggiunge a un quadro regionale sempre più complesso. Gaza, Libano, Iran, Iraq e Yemen rappresentano ormai teatri collegati tra loro, nei quali ogni crisi può alimentarne un’altra. L’obiettivo dei gruppi legati all’Asse della Resistenza è costringere Israele a distribuire uomini, risorse e sistemi difensivi su più fronti contemporaneamente, aumentando il logoramento politico e militare.
Anche la superiorità tecnologica israeliana incontra limiti evidenti. Difendere il territorio nazionale, proteggere le rotte marittime e rispondere alle minacce provenienti da diverse direzioni richiede uno sforzo crescente che può essere sfruttato da avversari meno potenti ma più flessibili.
Le conseguenze rischiano di colpire direttamente anche l’Europa. Un Mar Rosso percepito come instabile comporta tempi di trasporto più lunghi, costi logistici più elevati e nuove pressioni sui mercati energetici e industriali. In un contesto economico già fragile, anche un aumento limitato dell’insicurezza può produrre effetti significativi sui prezzi e sugli approvvigionamenti.
In questo scenario l’Iran continua a esercitare una pressione indiretta attraverso una rete di alleati regionali che comprende Houthi, Hezbollah e milizie sciite. Una strategia che consente a Teheran di mantenere alta la tensione senza esporsi necessariamente in prima linea.
Il rischio maggiore è che il conflitto mediorientale perda ogni centro di gravità. Un episodio in Libano può avere ripercussioni nel Mar Rosso, una crisi a Gaza può generare nuove tensioni nello Yemen e un confronto con l’Iran può riattivare simultaneamente più fronti. È questa interconnessione a rendere la situazione particolarmente instabile.
Il Mar Rosso torna così a essere uno dei principali snodi strategici del pianeta. La sua importanza non dipende soltanto dalla geografia, ma dalla capacità degli attori regionali di trasformarlo in uno strumento di pressione economica e politica. Oggi la vera forza non sta necessariamente nel chiudere una rotta commerciale, ma nel convincere governi, armatori e mercati che quella chiusura potrebbe diventare realtà in qualsiasi momento.