di Giuseppe Gagliano –
Il teatro di guerra mediorientale non ha più confini. Dopo Gaza, dopo la Siria, dopo il Libano, ora è lo Yemen a diventare il bersaglio diretto di Tel Aviv. L’esercito israeliano ha infatti rivendicato un attacco notturno al porto yemenita di Hodeidah, cuore logistico dell’importazione di aiuti umanitari per milioni di civili e nodo strategico fondamentale sul Mar Rosso. Le navi della marina militare israeliana hanno lanciato missili contro due moli, con l’accusa, mai verificata da fonti indipendenti, che il porto venisse utilizzato dagli Houthi per il trasporto di armi fornite dall’Iran.
È la risposta dichiarata agli attacchi missilistici degli Houthi contro Israele, che a più riprese hanno colpito simboli sensibili come l’aeroporto internazionale Ben Gurion, nell’ambito di quella che il movimento sciita yemenita definisce “solidarietà attiva con la Palestina”. Ma la rappresaglia israeliana non si ferma all’attacco puntuale: il ministro della Difesa Israel Katz ha minacciato apertamente un blocco navale e aereo dello Yemen, misura che equivarrebbe a strangolare economicamente un Paese già devastato da un decennio di guerra.
La posizione di Hodeidah, sulla costa occidentale dello Yemen, ne fa un punto strategico per i traffici umanitari, energetici e commerciali, ed è proprio questa centralità a rendere l’azione israeliana tanto significativa quanto pericolosa. Colpire il porto significa colpire direttamente l’ultimo canale di sopravvivenza per milioni di yemeniti, ma anche mettere in crisi le rotte internazionali del Mar Rosso, su cui già pesano le azioni Houthi contro le navi occidentali e i bombardamenti statunitensi in risposta.
Lo scenario, insomma, evolve verso una regionalizzazione del conflitto, in cui Israele agisce autonomamente, anche al di fuori dei confini di Gaza, della Cisgiordania e della Siria. Dopo i bombardamenti a Rafah e l’assedio totale alla Striscia, Tel Aviv rivendica la legittimità di colpire ovunque identifichi “minacce esistenziali”, anche se ciò significa violare lo spazio sovrano yemenita e agire in aperta sfida agli equilibri internazionali.
Non a caso, gli Stati Uniti si sono trovati spiazzati. Dopo mesi di attacchi aerei contro lo Yemen, l’amministrazione Trump ha improvvisamente annunciato un cessate il fuoco. Una mossa unilaterale, che ha congelato le operazioni militari USA ma ha lasciato Israele da solo nel fronte sud del conflitto. La reazione di Netanyahu non si è fatta attendere: “Israele si difenderà da solo”, ha dichiarato il premier, rivendicando un’autonomia strategica che sempre più spesso contrasta con le tattiche di Washington.
Nel frattempo, le Nazioni Unite denunciano una situazione umanitaria estrema sia a Gaza che in Yemen. Ma la risposta è il blocco, non il soccorso. Le navi non attraccano, i cieli restano chiusi, e la guerra invisibile contro la fame e l’assistenza si salda a quella visibile dei missili e dei droni. Il Medio Oriente si prepara a un’estate rovente. E ogni nuova escalation, più che raffreddare il conflitto, sembra alimentarne la diffusione geografica e ideologica.












