Yemen. La guerra dentro la coalizione: il sud si ribella, Riad sotto accusa

di Giuseppe Gagliano –

L’accusa lanciata dal Consiglio di Transizione Meridionale contro l’Arabia Saudita segna un passaggio delicato nella lunga e frammentata guerra yemenita. Secondo l’STC, raid aerei sauditi avrebbero colpito le sue forze nel Sud del Paese, poche ore dopo l’invito ufficiale di Riad a ritirarsi dai governatorati orientali di Hadramawt e al-Mahrah. Anche senza una conferma formale, la sequenza degli eventi indica che lo scontro non è episodico, ma il sintomo di una frattura strutturale all’interno del campo anti-Houthi.
Il controllo di Hadramawt è il nodo centrale. Regione vasta, poco popolata ma decisiva, concentra circa l’80 per cento delle riserve di petrolio leggero dello Yemen. Finora era rimasta sotto l’influenza del governo riconosciuto internazionalmente e protetto da Riad, con il supporto delle tribù locali hadrami. La recente avanzata dell’STC ha ribaltato questo equilibrio, costringendo al ritiro le forze sostenute dai sauditi e trasformando il governatorato in una linea di frizione diretta tra alleati teorici.
Qui la guerra yemenita cambia natura: non più solo conflitto tra Nord houthi e Sud filo-governativo, ma competizione aperta tra i due pilastri della coalizione del Golfo.
Il Consiglio di Transizione Meridionale, nato nel 2017, è da sempre sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, che hanno costruito lungo le coste meridionali basi militari e infrastrutture di sicurezza affidate a milizie locali. Riad, al contrario, continua a puntare sull’unità formale dello Yemen e sul governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.
La contraddizione è evidente: due strategie incompatibili convivono sotto la stessa etichetta di “coalizione”. L’Arabia Saudita teme che la secessione del Sud apra una fase di instabilità permanente ai suoi confini; gli Emirati vedono nel Sud yemenita un’opportunità geostrategica, soprattutto sul piano marittimo.
Il valore geopolitico della partita va ben oltre lo Yemen. Il controllo del Golfo di Aden e dello stretto di Bab al-Mandeb significa incidere su uno dei choke point marittimi più importanti al mondo, passaggio obbligato tra Oceano Indiano e Mar Rosso. È qui che l’STC cerca di accreditarsi come attore affidabile sul piano internazionale, presentandosi come garante della sicurezza delle rotte commerciali.
In questo quadro si inseriscono anche i contatti esplorativi tra l’STC e Israele, letti come un tentativo di ottenere legittimazione esterna e appoggi indiretti. Non si tratta solo di diplomazia simbolica, ma di un allineamento di interessi sulla sicurezza marittima e sul contenimento dell’influenza iraniana nel Nord dello Yemen.
Paradossalmente, mentre il fronte anti-Houthi si divide, i ribelli sciiti restano il convitato di pietra del conflitto. La guerra civile iniziata nel 2014 con la presa di Sana’a non si è mai davvero chiusa, e ogni scontro nel Sud finisce per rafforzare, indirettamente, la posizione degli Houthi nel Nord. La minaccia di un intervento diretto della coalizione contro i separatisti, evocata dal generale Turki al-Malki, indica che Riad teme proprio questo esito: una guerra su più fronti che logora ulteriormente il progetto saudita in Yemen.
Le accuse dell’STC contro l’Arabia Saudita rivelano una verità scomoda: la guerra yemenita non è più soltanto un conflitto interno o una guerra per procura contro l’Iran, ma un teatro di competizione tra alleati con obiettivi divergenti. Il Sud dello Yemen è diventato il luogo dove si scontrano visioni diverse dell’ordine regionale: unità statale contro secessione controllata, sicurezza territoriale contro dominio delle rotte marittime.
Se Riad e Abu Dhabi non troveranno una sintesi strategica, il rischio è che lo Yemen entri in una nuova fase di frammentazione, in cui la guerra non finisce ma cambia semplicemente volto. E in questo scenario, la stabilità del Mar Rosso e del Golfo di Aden diventa sempre più fragile.