di Giuseppe Gagliano –
La conquista di due villaggi nell’Hadramout orientale, Wadi Khard e Wadi al-Masini, da parte di al-Qaeda non è un’operazione “minore” da mappa periferica. È un segnale di metodo. Al-Qaeda non punta solo a farsi vedere: punta a ricostruire silenziosamente profondità territoriale, depositi, vie di fuga e reti tribali. In Yemen il controllo non si misura con le bandiere, ma con la capacità di muoversi tra wadi, altipiani, aeroporti, piste e villaggi dove lo Stato è spesso un nome, non una presenza.
Il punto è che l’Hadramout non è una provincia qualsiasi: è la riserva energetica e logistica del Paese, un’estensione enorme, snodo tra costa e interno, tra porti e deserti, tra potere politico e ricchezza petrolifera. Quando lì si apre un vuoto, non si allarga solo un fronte: si apre un corridoio.
Al-Qaeda approfitta di un meccanismo classico: la divisione dei suoi nemici. Nel sud e nell’est le forze allineate al governo riconosciuto a livello internazionale si sono spezzate in filiere concorrenti, fedeli a leadership diverse e sostenute da sponsor regionali diversi. In questo caos, i militanti possono saccheggiare accampamenti, accumulare armi, creare nuovi nascondigli e rimettere in moto cellule che erano state contenute da anni di operazioni terrestri e aeree. Quando la pressione si allenta, l’organizzazione non “torna”: si riorganizza, seleziona, ripulisce le catene, ricostruisce fiducia e disciplina.
L’uccisione di un leader operativo esperto di esplosivi e droni, come Kamal al-Sanani, non cambia il quadro se la cornice resta favorevole. Un colpo dall’alto indebolisce una figura, ma non richiude i vuoti sul terreno. E in Yemen i vuoti sono un invito.
Sul piano strategico la mossa di al-Qaeda indica una priorità: tornare a controllare micro-territori utili, non città simbolo. I wadi sono corridoi naturali, zone di passaggio e occultamento, punti perfetti per depositi, addestramento, imboscate. Il recente attacco in Abyan contro una pattuglia, condotto con una motocicletta, è la firma di una guerriglia che vuole restare leggera, rapida, difficilmente tracciabile.
L’altro elemento è la propaganda territoriale: i video che mostrano combattenti appropriarsi di depositi nell’area dell’aeroporto di al-Rayyan servono a due scopi. Primo, rassicurare i propri: “siamo tornati”. Secondo, intimidire i rivali: “siete vulnerabili”. È comunicazione operativa, non solo ideologica.
Se l’apparato di sicurezza resta frammentato, la traiettoria è prevedibile: espansione per macchie, moltiplicazione di roccaforti, rientro stabile in province come Abyan e Shabwa, con l’Hadramout a fare da perno. E ogni mese senza una campagna coordinata equivale, per i militanti, a un investimento che rende.
La crisi politica nel sud ha trasformato il petrolio in miccia. L’offensiva del Consiglio di Transizione Meridionale, lanciata a inizio dicembre con l’operazione ribattezzata “Futuro promettente”, ha puntato al cuore economico della regione: Seiyun, impianti e giacimenti legati a PetroMasila, terminali e infrastrutture. Il risultato non è stato solo militare. È stato energetico: interruzioni della produzione, blackout, malcontento sociale. Quando si tocca l’elettricità, si tocca la vita quotidiana, e in Yemen la protesta nasce spesso dal buio più che dai discorsi.
Scenario economico uno: la produzione resta intermittente e la gestione dei proventi petroliferi diventa terreno di contesa tra milizie e autorità, alimentando corruzione e signorie locali. Scenario due: Riad prova a ricentralizzare, ma senza un patto politico interno finisce per finanziare solo un equilibrio armato instabile. Scenario tre: l’Hadramout scivola verso una semi-autonomia di fatto, dove la sicurezza viene “appaltata” a forze locali e sponsor esterni, e al Qaeda trova margini per presentarsi come attore inevitabile, nonostante la sua natura criminale.
La frattura tra il Consiglio di Transizione Meridionale sostenuto dagli Emirati e il governo riconosciuto a livello internazionale sostenuto dall’Arabia Saudita ha un effetto immediato: trasforma lo Yemen meridionale in un’arena di competizione tra alleati che non lo sono più. I raid sauditi su Mukalla contro una presunta spedizione di armi legata agli Emirati, la risposta emiratina e la dichiarazione di fine della missione antiterrorismo sono tasselli dello stesso mosaico: Riad e Abu Dhabi misurano i confini della loro influenza, e intanto i gruppi armati si infilano nelle crepe.
Qui sta la dimensione geoeconomica: chi controlla Hadramout controlla flussi energetici e leve finanziarie, quindi anche la capacità di comprare fedeltà. E chi perde il controllo perde legittimità. La rimozione di Aidarus al-Zubaidi dal Consiglio di leadership presidenziale con l’accusa di alto tradimento, l’avanzata su Aden e la guerra di comunicati rendono ancora più fragile la catena di comando. E quando la catena di comando si spezza, la sicurezza diventa un arcipelago di posti di blocco, non un sistema.
Al-Qaeda non si limita a combattere. Cerca di raccontare una storia. La propaganda che presenta il periodo di controllo su Mukalla come un tempo di servizi funzionanti e mercati prosperi è un’operazione cinica ma efficace: sfrutta la nostalgia dell’ordine in un Paese esausto, trasforma la povertà e i salari non pagati in accusa contro le autorità e le milizie rivali. È un linguaggio che punta al “popolo”, non agli ideologi: pane, elettricità, dignità. Il terrorismo prova a vestirsi da amministrazione.
E se le valutazioni internazionali indicano una leadership più coesa e capace di ridurre infiltrazioni, allora il rischio non è solo locale. Un’organizzazione più disciplinata, con migliaia di combattenti, può pensare in termini di operazioni esterne o di pressione regionale, soprattutto se trova un sud yemenita diviso e sponsor regionali impegnati a farsi la guerra tra loro.
La conquista di due villaggi è importante perché fotografa la transizione da episodio a tendenza. In Yemen la lotta al terrorismo non si vince con annunci, ma con un riordino politico-militare che oggi non c’è: riconciliazione interna, catena di comando unica, gestione trasparente delle risorse, ripristino dei servizi essenziali. Senza questo, ogni crisi tra fazioni diventa un regalo ai militanti. E al-Qaeda, che ha imparato a sopravvivere alle sconfitte, non chiede di vincere domani: le basta che gli altri continuino a perdere.












