Zelensky e il monito per le democrazie

La forza del discorso al Congresso degli Stati Uniti.

di Maurizio Delli Santi * –

Zelensky ha conquistato sul campo una leadership che lo pone come sicuro riferimento per la popolazione ucraina. Non era affatto scontato per una Nazione di recente indipendenza, dove la guerra ibrida di Mosca stava trovando “quinte colonne” per delegittimarlo ed eliminarlo fisicamente, un obiettivo su cui puntano ancora i russi. I segnali di una forte personalità erano venuti all’inizio dell’aggressione di Putin, dieci mesi fa, quando gli americani gli avevano offerto la più facile prospettiva di una Presidenza in esilio, certamente in una condizione di vita diversa da quella attuale dei bunker e della guerra. Subito il leader ucraino aveva replicato: «Mi servono munizioni, non un passaggio».
Zelensky ha saputo trovare sempre i toni giusti e diretti per esprimere i sentimenti degli ucraini, e il suo percorso di statista partito da una formazione giuridica – di cui nessuno parla – gli è stato utile anche per richiamare con convinzione e puntualità i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. A cominciare dalla proposta di riformare il Consiglio di Sicurezza, dove di fatto uno Stato aggressore con il diritto di veto blocca l’ attuazione del Capitolo VII che impone l’adozione di misure per il ripristino della pace e della sicurezza internazionali.
Anche il discorso davanti al Congresso degli Stati Uniti è stato centrato su alcuni passaggi efficaci, rivolti agli americani ma che possono riguardare anche l’Europa e le sue indecisioni, che Zelensky ben conosce. «Il prossimo anno diventerà un punto di svolta, il punto in cui il coraggio ucraino e la determinazione americana dovranno garantire il futuro della nostra comune libertà. La libertà del popolo che difende i propri valori» ha esordito, ricordando poi la condizione degli ucraini che celebreranno il Natale al lume di candela, senza elettricità e in molti casi anche senza l’acqua. Tuttavia ha aggiunto: «Non ci lamentiamo. La luce della nostra fede illuminerà il Natale», perché gli ucraini credono «nella vittoria, solo la vittoria». Una vittoria che Zelensky vede certa per avere respinto sinora l’aggressore, a patto che non venga meno il sostegno degli Stati Uniti e dell’Europa.
Stavolta è anche rassicurato dallo stanziamento di altri 1,85 miliardi di dollari in aiuti militari e dall’arrivo del sistema difensivo dei missili Patriot, e non reclama che forse se gli fossero stati concessi prima si sarebbero risparmiate vite umane e distruzioni.
Non rinuncia però a ribadire i suoi “dieci punti” perché si parli di “pace giusta”, in cui non si tradiscano i principi della Carta delle Nazioni. Zelensky ci tiene quindi a chiarire che gli aiuti che gli giungono non sono beneficenza, ma si tratta di un investimento più concreto: in gioco non c’è solo la liberazione dell’Ucraina dall’aggressore, ma la sicurezza e le libertà globali. Richiama perciò la risoluta determinazione di Frank Delano Roosevelt che salvò non solo l’America, e due eventi storici emblematici: l’offensiva delle Ardenne, dove gli americani decisero la sconfitta della Germania nazista, e la battaglia di Saratoga della Guerra d’indipendenza americana, che vide la Francia intervenire in favore degli Stati Uniti per affermare la loro indipendenza.
Da qui l’appello sempre più convinto: «Questa battaglia non è solo per la vita, la libertà e la sicurezza degli ucraini, o di qualsiasi altra nazione che la Russia tenterà di conquistare. Questa lotta definirà in quale mondo vivranno i nostri figli e nipoti, e poi i loro figli e nipoti. Definirà se sarà una democrazia per gli ucraini e per gli americani, per tutti».
Il monito è per gli americani, ma anche per gli europei più titubanti, è chiaro. Per dare maggior forza alla via diplomatica sarà necessario continuare a sostenere l’Ucraina, assicurando aiuti militari oggi determinanti per difendersi dai bombardamenti della guerra d’inverno, ma anche in previsione dei rischi di una nuova mobilitazione russa. La dimensione tragica di questa guerra si coglie anche in questo dato, che dovrà far riflettere Putin e i suoi generali: in dieci anni nella guerra in Afghanistan i russi hanno pianto 15.000 caduti, in dieci mesi la Russia ha ormai perso 100.000 caduti. Un argomento che dovrebbe indurre l’aggressore a comprendere quanto la sua ostinazione cominci ad avere un prezzo troppo alto, anche per il consenso interno.

* Membro dell’International Law Association.