di Giuseppe Gagliano –

L’America Latina si adatta. Di fronte a una crisi globale che ha scompaginato catene del valore, alzato barriere doganali e frammentato il commercio multilaterale, anche il Mercosur, quel vecchio sogno d’integrazione sudamericana, è costretto a cambiare pelle. I ministri degli Esteri dei Paesi membri, riuniti a Buenos Aires il 10 aprile, hanno deciso di estendere le eccezioni alla Tariffa Esterna Comune (TEC), autorizzando ciascun Paese ad aggiungere fino a 50 nuovi codici tariffari.

Una misura presentata come temporanea e tecnica, ma che in realtà segna una rottura implicita con la rigidità dell’unione doganale. Sotto la spinta dell’Argentina di Javier Milei, che vede nella deregulation la chiave per rilanciare le esportazioni e attrarre capitali, si consolida un trend che guarda non più all’integrazione sudamericana, ma al ribilanciamento con Stati Uniti, EFTA e paesi del Golfo.

Dietro le formule diplomatiche, “modernizzazione”, “maggiore flessibilità”, “integrazione intelligente”, si cela una verità geopolitica: il Mercosur, nato per rafforzare l’autonomia regionale, si adatta oggi a un mondo dominato dalla competizione tra grandi potenze, piegandosi a dinamiche asimmetriche e cercando spazi di manovra fuori dal perimetro tradizionale.

La presidenza pro tempore argentina non fa mistero delle proprie intenzioni. Non si tratta solo di aggiustamenti difensivi, ma di ridefinire la vocazione del blocco: meno protezionismo, più bilateralismo strategico, anche a costo di erodere i pilastri originari dell’unione doganale. Il recente accordo con Singapore, la chiusura del negoziato con l’Unione Europea, il dialogo con Emirati Arabi Uniti ed EFTA vanno letti in questa chiave.

Ma cosa rimane dell’idea originaria del Mercosur? Nacque per sfidare la dipendenza storica della regione, non per adattarsi a ogni tempesta globale. Oggi, invece, le deroghe tariffarie sono trattate come valvole di sfogo di economie fragili, incapaci di sostenere un confronto globale senza ricorrere a eccezioni, adattamenti, sospensioni.

Il rischio è che la flessibilità diventi un alibi. E che la modernizzazione serva più agli interessi dei partner extra-regionali che alla costruzione di una vera sovranità economica sudamericana. Ma mentre il calendario avanza, con un nuovo vertice previsto a luglio, il tempo per una strategia autenticamente regionale sembra scorrere più veloce delle riforme.